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Racconto migrante di Davide Rossi

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Credo che siamo tutti troppo schiacciati sul presente. Il solo fatto di vivere, e per giunta di farlo nel lasso di tempo assegnatoci dal caso, senza poter scegliere, riempie ognuno di noi di una grande responsabilità (tipo cambiare il mondo, migliorarlo, ignorarlo o più spesso peggiorarlo), ma questa ovvietà ci riempie parimenti di una potente carica di banalità. Ognuno di noi inesorabilmente si assurge a grande teorico di questioni colossali (inquinamento, guerre, finanza mondiale, moda autunno-inverno 2018). Ci prendiamo tutti molto sul serio e troppo poco usiamo la parola “forse”. Il dubbio è una merce rara.

Quando mi è stato chiesto di scrivere un “racconto migrante” (recitato il 1 giugno in una manifestazione di raccolta fondi per “Save the Children”) sono entrato in crisi. Perché il tema è grave e attuale, perché la gente muore attraversando il mare con le bagnarole cercando di ribaltare quel caso che li ha fatti nascere nel posto/momento sbagliato, perché tutto ciò richiede una riposta umanitaria concreta; però l’accoglienza si gestisce in modo così caotico (entrate tutti tutti tutti, o voi sopravvissuti al mare) che si rischia di far passare la ragione ai vari Ku-Klux-Clan che animano i media (ma anche i tinelli e i bar del paese).

C’è qualcosa che non va. Sono pieno di dubbi, e ho cercato nel racconto di spostare l’asse principale, la prospettiva fondamentale, per vedere l’effetto che fa. Ne è uscito questo “racconto migrante”, che spero faccia nascere altri dubbi e domande. Se invece vi trovate delle risposte significa che mi sono sbagliato. (Davide Rossi)

Racconto migrante di Davide Rossi
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È notte, sono in mezzo al mare, ho 13 anni e non voglio morire.

Ci avevano detto che il tempo avrebbe retto, di un viaggio breve, di un mare calmo e navi a prenderci. Se ne fosse avverata una.

Prima eravamo 263, o forse 264. Tra me e mio fratello la questione sul numero esatto resterà una gara irrisolta. Ci abbiamo giocato per due giorni a contare le teste, però quelle si muovevano sempre, o forse era la barca. Giocare a contare, ma senza indicare con il dito, ché mamma e papà non vogliono. Sono in silenzio e ci fanno cenno di star buoni.

Loro li contavamo sempre per primi, così da toglierci il pensiero e magari lo sguardo. Noi due invece ci contavamo per ultimi, come un conforto di esserci ancora, come una ricompensa da lasciarsi alla fine. 261… 262…. e 263, a contare finalmente la testa mia e prima quella più piccola di mio fratello piccolo, ma con la mano dietro il collo, all’attaccatura dei capelli, come per dire io ci sono. E poi una risata, ma solo tra noi, che qui nessuno ride.

Prima eravamo 263, o forse 264. Prima di ieri sera, prima che il sole calasse per la seconda volta e le nuvole venissero a prendersi definitivamente il cielo e giocarselo con la notte. Prima che il mare la finisse con quell’inganno di quiete e diventasse mare veramente, con le onde alte, il vento, la pioggia, i tuoni.

Mi hanno vomitato addosso.

L’uomo che guidava ci diceva calmi bestemmiando Dio, sua madre e tutti i Santi, e a mio fratello gli veniva da ridere e io lo guardavo e ridevo con lui, ma per farci coraggio. Era un gioco non detto pure quello. Il gioco del bestione bestemmione.

Se non fosse stato per quelli caduti in mare, come sassi con le braccia, ci avremmo riso per tutta la notte. Ma poi le bestemmie si sono mischiate alle grida, alle preghiere verso Dio, sua madre e tutti i Santi, e al pianto urlato delle femmine. Le bestemmie si sono mischiate alle braccia di quei sassi che non sapevano volare prima ancora che nuotare e che cadevano in uno spruzzo nero quasi a dire basta. Eravamo aggrappati a qualunque cosa; al legno e soprattutto al ferro arrugginito della barca, ché il ferro quando ci sbatti la bocca sopra ha lo stesso sapore del sangue. Mandi giù e ti tieni stretto. Molti, quelli al centro, erano aggrappati agli altri, oppure per altri erano diventati pavimento. Avevano scelto di essere calpestati invece di scagliati.

Ne sono caduti tanti, a scelta. Gli sfortunati sul lato sbagliato, i male aggrappati, i troppo leggeri, i troppo stanchi. Alzati dalla forza del mare che li voleva per lui, e che forse voleva solo giocare. Il mare non è cattivo.

Cerco inutilmente in cielo il pianeta rosso che mi faceva compagnia nelle sere fuori casa, e poi nel viaggio nel deserto e poi tra le montagne, e poi nel deserto ancora e poi in mare, quando c’era ancora un cielo. Ho scelto quella come stella di compagnia, anche se non è una stella, ma il colore è così puro, così diverso dal resto. Altri pianeti imitano le stelle facendo luce anche più di loro. Marte invece è onesto. Splende poco e ha il colore del deserto della mia terra.

Le cose succedono. Nessuno esaudisce i desideri, nessuno ferma le fiamme o calma il mare. D’altra parte nessuno ci ha messo su questa barca o spinto in acqua i sassi con le braccia. Le cose succedono, senza il conforto di poter attribuire colpe o assegnare meriti.

I sassi volano scomposti, sbalzati perlopiù dalle onde laterali, da questo muoversi che non finisce più e sa di vomito sulla mia spalla destra. I sassi muovono le braccia ma non sanno volare. Cercano una mano, un braccio veloce che li prenda. Lo cercano ancora quando sono in acqua, ma è una storia che dura poco. Il mare viene a ripulire tutto, toglie le braccia alzate dalla sua superficie e fa ritornare tutto a forma di mare.

L’orizzonte e i piedi fermi sono un ricordo senza memoria. Come quando ti scordi dopo un po’ le voci dei parenti morti. Un giorno cerchi di ricordarle e non le senti più. Chi muore si porta anche la voce e lascia il silenzio dietro di sé.

Era bello il mare. Me lo ricordo, d’estate, che ci giocavamo con le intermittenze delle onde buone, e io ero il migliore di tutti i miei amici. Mica avevano capito che devi buttarti prima che l’onda ti sorpassi. Ma non troppo prima, sennò ti passa sopra, né troppo dopo, che già è andata a fare schiuma avanti. Solo uno è l’attimo giusto e chi lo conosce può giocare al siluro e a volte raggiungere la riva. E ti dispiace quando ti giri e vedi quelli con la testa fuori dall’acqua che al massimo hanno fatto pochi metri. Ma sono felici lo stesso. Il mare è bello.

Il mare mi fa schifo, voglio i piedi fermi, voglio placare la testa e l’orizzonte, voglio dormire 5 giorni di fila. Io non voglio morire, io voglio mangiare.

Abbiamo lasciato le ultime provviste prima di salire su questa merda di barca. Quelli che avevano una valigia, uno zaino, un sacco, glieli hanno buttati in acqua. A sapere che ci sarebbero finiti anche loro…

Ci hanno detto che i bagagli toglievano spazio alle persone. Come dargli torto? Ci hanno detto pure che il cibo era già nella stiva e che comunque saremmo arrivati a destinazione in poche ore che non avrebbero fatto un giorno intero. Nella stiva invece poca roba, anche perché era già piena di persone salite a bordo prima di noi e che ora ci guardano con occhi vuoti quando apriamo la botola, come a dire chiudete. La sistemazione l’ha fatta il prezzo. Noi abbiamo pagato di più. Possiamo respirare e vedere il cielo, e io ritrovare Marte quando un cielo c’è.

Il nostro viaggio è iniziato a primavera, verso la fine della guerra 12, e verso la fine dell’acqua.
Ci hanno svegliati di notte. Papà ha preso mio fratello sulle spalle che ancora dormiva. Abbiamo lasciato i nonni, e già non ricordo la loro voce.

E poi il viaggio, superando il nostro deserto, e montagne che non conoscevo e che non ho chiesto a nessuno della carovana il loro nome e anche per questo adesso non saprei dire.

Papà e mamma sono forti e ci proteggono. Poi vengo io e so che la mia età non ha più importanza. Cerco sempre la nuca di mio fratello, quando lo conto per ultimo, quando ridiamo del bestione bestemmione, quando lo vedo triste, con gli occhi spenti come quelli dei grandi. Conservo una mano per questo gesto anche quando dobbiamo reggerci per non diventare anche noi inutili sassi con le braccia, depositati con gli altri sul fondo del mare nero.

Dove li porta il mare i morti? Li restituirà. Oppure li conserverà giù, come sentinelle di questo passaggio. Tipo un avvertimento.

I miei vicini di barca non li conosco. Non sono gli stessi con i quali abbiamo attraversato la terra. Le carovane si incontrano; a volte si mischiano, ognuna con la sua direzione. Altre barche sono partite, ma non insieme a noi. Le fanno andare un po’ alla volta, così che non sembrino troppe, che forse pare brutto.
Il mare è ancora cattivo e ora piove fitto. Dalla barca però non cade più nessuno. Forse sono finiti gli sfortunati o i leggeri, forse abbiamo imparato ad aggrapparci meglio, o forse adesso il numero delle persone è quello giusto, ma non le riconteremo più. Questo gioco è finito.

Mi prendo la pioggia che toglie lo sporco di dosso. Polvere di mesi, sudore, un po’ di sangue secco sul viso, vomito dalla spalla destra, salsedine. La pioggia toglie anche il piscio dal pavimento. Peggio per quelli rimasti sotto la stiva. Non farò a cambio con loro. Nessuno lo fa. Quando bussano forte apriamo, ma non vogliono salire. Cercano aria, e notizie di una terra che non si vede. Anche nella stiva ci sono i morti. Sono sassi duri, ma nessuno li butta a mare. Ce li portiamo appresso perché arrivino con noi, perché una terra li accolga, fosse pure sopra di loro. Il numero adesso deve essere giusto anche nella stiva.
Ci siamo messi in viaggio per scappare ma la direzione non l’abbiamo decisa noi. Come questa barca è guidata dal bestione bestemmione, l’unico per il quale il cibo ha trovato posto, l’unico con un’arma, anche tutto il nostro viaggio è stato imposto da altri. Altri con altri mitra che ci dicono di fidarci, della loro meravigliosa garanzia di benessere, oltre che di sopravvivenza. Ci fidiamo dei loro mitra.

Questa non è solo una fuga per vivere ancora. Siamo stati anche incantati da una promessa di felicità.

E intanto le onde si placano. Non ce ne siamo nemmeno accorti, perché nel mare non accade all’improvviso. Ci sono volute ore. Prima ha smesso la pioggia, poi per un po’ è aumentato il vento, ma è venuto ad asciugarci, e poi a mandare via le onde e le nuvole, e poco dopo ha portato via anche il buio.

Il cielo si è dipinto di nuvole rosse, nitide e lontane. Allora ho cercato il mio pianeta amico, che spesso come alti suoi compari si rivela quando finisce lo show della notte, a riflettere e annunciare la luce del sole non ancora sorto. Marte è uno specchio lontanissimo.

Siamo provati, dicono che forse non riusciremo a passare un’altra notte. Non senza acqua, non senza cibo. Ci sono altri bambini. Ora sarebbe da fare un altro gioco e invece di contare le teste, contare gli occhi. Questa è una barca di occhi. Chiusi, semichiusi, spalancati, allampanati, ce n’è di tutti i gusti. Venite gente! Venite a vedere la meraviglia! Comprate, comprate!

La testa mi scoppia, devo dormire. Tutti dovrebbero farlo, ma nessuno lo fa, perché significherebbe lasciare ad altri occhi vedere una nave che arriva, o un pezzo di terra. Il bestione non bestemmia più, il suo mare è calmo adesso e la barca procede placida. Poi il motore, con un gorgoglio imbarazzante si ferma, e arriva il silenzio. Finisce il carburante e siamo perduti nel Mediterraneo, in questo mare vecchio, con pochi pesci e tanti morti.

A scuola ho studiato di antiche guerre, di battaglie di navi di legno e poi di ferro, e di altri prima di noi a passare quest’acqua da parte a parte. Sono anche io adesso su un libro di storia? Ci sta pure questa barca piena di occhi? Se moriamo nessuno saprà noi, non solo della mia voce. Che spreco.

Poi una donna lancia un urlo. Guarda con gli occhi aperti e bianchi un punto preciso e allora tutti ci giriamo a guardare. La botola si spalanca e gli occhi di sotto salgono sopra; siamo di nuovo un numero inesatto e già so come va a finire. La barca lontana all’inizio è solo una lucina gialla intermittente, ma poi prende una forma di nave. Si avvicina, tutti alzano le braccia, tutti urlano. Urlo pure io a tirare fuori l’ultima stanchezza e a mio fratello gli prendo la nuca con la mano un’altra volta ancora, per sentire la sua gioia anche dietro di lui, perché non se ne perda nulla.

È grande, ci viene incontro, si iniziano a vedere persone sulla prua. Un mercantile mosso a pietà ha cambiato rotta per pescarci con il retino. Stiamo tutti in piedi. Quando siamo a distanza sufficiente ci urlano in una lingua nuova, e le loro mani non salutano ma dicono di stare fermi e non tutti da un lato.

Gettano una scala di corda, ma la nave è troppo alta. Nessuno ce la fa. Allora si calano e ci aiutano.
Sopra ci coprono, ci asciugano, ci danno cose calde da bere e cose secche da mangiare. Un equipaggio di marinai dalla pelle diversa ha lasciato i suoi compiti per giocare al salviamo questi disgraziati. Poi fanno cenno di metterci dentro. Finalmente c’è di nuovo un dentro.

Si fa una fila di magri che deve entrare nella porta di ferro di questa nave di ferro per finire nella sua pancia di ferro. Protezione.

Eppure adesso sento qualcosa prendermi il petto, tipo quando le costole e lo sterno mi hanno spiegato per la prima volta di essermi innamorato. Un’inquietudine mista a malinconia mi afferra e allora lascio la fila e corro di lato. Qualcuno mi urla dietro. Non so come ma sono ancora veloce e corro sulla nave, che è lunga assai. Trovo stavolta le forze per salire da una scaletta su un container e poi su un altro. È pieno di container, viaggiamo su un castello di container colorati. Sono in alto abbastanza dagli altri, che adesso mi guardano.

Respiro forte e alzo la testa a cercarlo. Lo voglio vedere un’altra volta il mio pianeta rosso, prima che qualcuno si prenda cura di me. Lo cerco ma non si vede. Il cielo è tagliente e quasi vuoto salvo qualche nuvola sfilacciata. E allora le guardo rompersi in pezzi ancora più piccoli finché una, la più bassa all’orizzonte, più mare che nuvola, rompendosi lascia apparire un puntino che riconosco. Brilla, e riflette del suo rosso la luce del sole che oramai sta per sorgere e lo inghiottirà.

La rotta è giusta, non ci riportano indietro, il viaggio continua a Sud, la nostra direzione. Verso l’Africa, che dall’alto di questa torre di acciaio sembra già vederla con le sue coste verdi, le fabbriche, i grattacieli e tutto il resto.

Mamma e papà ci hanno detto che lì troveremo altri nostri simili, che inizieremo una nuova vita nelle colonie della città multipiano di Hectar, dove gli ascensori portano le cose e le persone in diagonale e io forse toccherò per l’ultima volta la nuca di mio fratello, anche lui grande abbastanza dopo questo trapasso.
Mamma e papà ci dicono pure che saremo oggetto di carità, redentori di anime. Salvati una volta, saremo da salvare ancora e ancora. Ci si contenderanno.

Scompare Marte nel sole che oramai s’è preso il cielo, e per la prima volta dall’inizio del viaggio io mi sento forte, coraggioso, io mi sento un eroe.

Da sotto mi guardano tutti in silenzio. Hanno deciso che quassù posso restarci ancora.
Voglio bruciare il viaggio che ho davanti. Tra poco anche io a vivere in una colonia sconosciuta e esterna, come lo è anche quella dei quasi novantamila che stanno su Marte. Una città che quest’anno dicono festeggi 1200 anni di storia dai primi che vi posarono piede.

Dicono che allora, sulla Terra, nel tempo che sui libri prende il nome di “Era Prospera”, le stagioni e tutte le altre cose erano invertite, e proprio dove abbiamo lasciato le nostre case e i nostri deserti scorrevano i fiumi e crescevano boschi sconfinati. Vi erano città con le automobili, i campi coltivati e le fabbriche.
Dicono che allora gli avi dei nostri avi vivevano nel benessere e che erano gli altri, anche gli africani, a venire da loro. Ma è solo una cosa scritta sui libri. Tipo una favola.

Davide Rossi

Foto copertina: “La Zattera”, di Cesare Pigliacelli (Olio su tela, 2016)
Foto racconto: Davide Rossi



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