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«Discorsi sulla musica» con Fabio Curto

Ospite della puntata numero 10 di «Discorsi sulla musica» è il cantautore Fabio Curto.

Decimo appuntamento con la nostra rubrica dal titolo «Discorsi sulla musica».

Ospite del consueto ciclo di interviste curato da Luca D’Ambrosio è il cantautore Fabio Curto. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Fabio Curto © di Luca D’Ambrosio

Fabio Curto (foto di Rebeca Becker Arriola)
Fabio Curto (foto di Rebeca Becker Arriola)

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Il giorno dopo che ho conseguito la laurea in Scienze Politiche.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Anonimato e incertezza nonché una situazione economica molto precaria.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

Sicuramente le prime persone che hanno comprato il mio CD dopo essere stati qualche minuto ad ascoltarmi sorridendo. La maggior parte di loro diceva “grazie” e io mi sono sentito un uomo fortunato perché con quello che mi piaceva fare riuscivo a donare una carezza a qualcuno che ne aveva bisogno.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

La poca certezza lavorativa e la mancata regolamentazione del mestiere.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Sì, penso sia sempre stato così. La musica cambia e con essa gli approcci al prodotto. Ho parlato spesso con artisti di una certa età, i quali mi hanno raccontato di gavette che noi non possiamo neanche immaginare oggi, ma anche di grandi soddisfazioni successive a esse. Oggi sento parlare di gavetta con un album e qualche concorso a pagamento alle spalle, ma capisco bene il clima di sfiducia che porta tanti giovani a non sbattersi troppo perché i risultati spesso non soddisfano la mole di impegno.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

Certamente! Credo che mai come oggi sia controproducente per un artista vero e volenteroso seguire le mode. Per cui da un certo punto di vista c’è una libertà artistica incredibile.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

Il giusto necessario a comunicare con i miei fan, ma non ti nascondo che ogni tanto posto anche io una foto della mia cena o del vino che sto bevendo.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

Bisogno e consolazione.

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Dischi dei Creedence Clearwater Revival, Ennio Morricone, Deep Purple, Led Zeppelin, Doors.

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Fondamentali per una vita che vuole arricchirsi non solo di risposte ma anche di altre domande, le quali ultime vitali per la sopravvivenza della mente.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

La leggerezza, l’ostentazione e la falsità. La musica va fatta con cuore sincero e criticata con rispetto.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Non saprei rispondere, sono troppi.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

Rive volume 2“. È un disco che mi rappresenta appieno.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

Forse è la cosa più difficile per un artista, perché richiede di smettere la ricerca di ciò che può piacere agli altri e fare solo ciò che piace a te. Penso ci sia bisogno di sperimentare tanto perché a un certo punto, anche se tardi, si arriva a un incontro tra la tua identità musicale e un consenso del pubblico, anche se minimo, ma è quella la vittoria più grande, secondo me, perché il pubblico che fiuta l’onestà è sempre propenso all’apprendimento.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

Gli fanno sicuramente bene.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Meglio essere se stessi, se sei un tipo riservato meglio comunicare il minimo indispensabile, altrimenti puoi essere sempre presente e rispondere a tutti, ma una giornata di 24 ore spesso non basta.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Snaturarsi e diventare qualcosa che appartiene ad altri.

Hai mai pensato di smettere?

Sì, qualche volta.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Quest’anno ne ho realizzato abbastanza, tra Musicultura e gli incontri artistici nell’album. Sono uno che sa accontentarsi.

Dove sta andando la musica?

Non lo sa nessuno.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

Ho rispettato le regole, ho scritto molto e letto altrettanto. Spesso ho pensato che in un mondo più decentralizzato e meno connesso tutto questo non sarebbe successo, ma poi ho anche pensato che la peste ha devastato un Europa non poi così globalizzata. Mi è venuta spesso voglia di viaggiare per vedere per la prima volta tutto il mondo legato dallo stesso pensiero e dalle stesse preoccupazioni. Se ci pensi è un fatto inedito.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande? 

Perché cerco di rispondere sempre alle domande che mi vengono poste (ndr, sorride).

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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