Venerdì, 7 Settembre 2018

Peppe Consolmagno, ovvero l’arte di creare il suono | Intervista

Peppe Consolmagno
Nato a Rimini nel 1958, Peppe Consolmagno utilizza strumenti in gran parte autocostruiti con materiali recuperati nei suoi viaggi, come la zucca, il bambù, il legno e il metallo. La sua musica attinge a piene mani dalle culture extraeuropee, dal Brasile all’Asia passando per l’Africa, ma che hanno in comune il medesimo linguaggio: il suono.

Il suono come centro del mondo e della vita che Consolmagno non hai mai smesso di indagare, esplorare e vivere in maniera totalizzante. E proprio questo suo atteggiamento “assoluto” verso la musica ci ha incuriosito a tal punto da andarlo a disturbare per saperne qualcosa di più. Buona lettura. (La redazione)

Intervista a Peppe Consolmagno
Peppe Consolmagno
Ci racconti chi è Peppe Consolmagno e come nasce il tuo amore per la musica?
Sono un musicista che usa tutto quello che ha per creare emozioni, a cui piace fare musica senza compromessi, di andare oltre gli stili. Che ama inseguire il suono, stanarlo, inventarlo, danzarlo, animarlo. Che adora l’ispirazione momentanea, l’aspetto creativo, lo scambio di emozioni, il suonare con persone aperte e disposte a mettersi in gioco.
Il mio lavoro di ricerca nasce dalla curiosità che ho sempre avuto verso i materiali, le fibre che costituiscono gli strumenti e dalla necessità di entrare in stretto rapporto con loro. Lo strumento musicale va considerato come un oggetto sonoro, che ha la sua storia e per questo motivo mi piace lasciar parlare i miei strumenti e far cantare le parole. La voce come equilibrio, il silenzio come musica, il suono come emozione e il ritmo come pulsazione. Sono queste le linee che tracciano il mio percorso musicale.
Viaggiare, vivere la natura e i suoi spazi, incontrare persone con le loro storie, usanze, accenti. Vivere le cose semplici in una moltitudine di complessità, ascoltare e captare al volo quello che c’è nell’aria perché c’è e portarlo in musica.

Cos’è per te la musica e qual è il tuo rapporto con essa.
La musica è un modo di vivere. La vita è suono. Per me il suono è un mezzo di dialogo e di espressione personale che occupa uno spazio sacro e necessita farlo respirare. La mia vita è basata tutta sul suono, sugli strumenti che in gran parte mi costruisco e la voce che è il primo vero strumento. Ci sono due considerazioni che mi hanno sempre guidato nel mio percorso musicale: la miglior musica è il silenzio, meno note più musica!
Nel mio modo di fare musica una parte importante è esprimermi attraverso i simboli. Un qualcosa in cui mi identifico. I simboli hanno un valore evocativo, sono diverse dimensioni di senso che non si limitano a un messaggio univoco, che permette a chi ascolta di sentirsi libero di entrare e risvegliare proprie emozioni profonde.
Non mi è mai piaciuto suonare uno strumento e limitarlo a un solo ruolo. L’interazione prima di tutto deve avvenire con il proprio strumento, dialogare con esso, lasciarlo parlare e rendere comprensibile quello che stai facendo.
Non è facile nella vita di tutti i giorni, ma suonare ti concede il privilegio e l’occasione di poter esprimere la parte migliore di te stesso. Ascoltare e trovare il proprio spazio indipendentemente dalla situazione, di portare in musica il tuo modo/mondo e sentirsi liberi. In questa maniera possono nascere incontri unici. Non scindo l’uomo dall’essere musicista, salire sul palco è un atto di grande responsabilità, il pubblico va onorato, omaggiato, rispettato che va lasciato libero alle sue sensazioni.

Secondo te, oggi, come funziona la musica?
Non funziona affatto bene, la musica è e deve essere un modo di vivere, non un optional! Deve far parte del quotidiano, bisogna viverla, solo così si riesce a fare in modo che sia parte di te. La musica è creatività, mettersi in gioco, relazionarsi con gli altri, interagire con gli altri, sapere misurare sapientemente gli ingredienti che hai a disposizione, rapportarsi con la spazialità, il gesto, il corpo, il suono, il silenzio, far diventare le piccole cose delle grandi cose.
Oggi, ma da troppo tempo purtroppo, anche i musicisti fanno in modo di far funzionare male la musica. Poca originalità, scarsa voglia di esplorare, raro incontrare forti personalità, tutti fotocopia di altri, comodi nel proporre cover e formazioni non originali. Adagiarsi su quello che gli viene chiesto senza proporsi per quello che si è o si vorrebbe essere.
È pur vero che oggi suonare ed essere pagati (questo è il vero problema) è diventato difficile, tutti vogliono tutto pagando poco o non pagando affatto, a questo punto bisogna farsi valere, far valere la propria professionalità, quando si è costretti ad accettare a poco è perché ci sono “colleghi” che vanno a suonare a volte anche pagando e questo non va bene.

Su cosa stai lavorando recentemente?
Continuo dedicarmi al ricordo di Naná Vasconcelos, tanti ne parlano ma pochi lo conoscono davvero. Il mio rapporto con lui è nato qualche decennio fa e prosegue ancora oggi nonostante che sia morto ormai da due anni. Sono in stretto contatto con la sua famiglia e do il mio contributo nella maniera che Naná avrebbe gradito e sono certo che gradisce.
C’è un progetto molto interessante a cui tengo molto: “Dal Mediterraneo al Brasile sulla rotta delle Sirene” un racconto per immagini e suoni di Patrizia Giancotti con il sottoscritto. Patrizia Giancotti è una persona davvero speciale, antropologa, fotografa, story teller, autrice e conduttrice per Rai 3, giornalista con più di cento reportage pubblicati e cinquanta mostre fotografiche nel mondo, scrittrice. La nostra avventura è nata un anno fa a Reggio Calabria nella splendida cornice dell’Arena dello Stretto in occasione del magnifico festival “Reggio chiama Rio”.
Ho iniziato e ripreso collaborazioni con musicisti e cantanti interessanti e sono certo che verranno fuori cose belle. Mi sto dedicando alle mie musiche e in questi giorni alla mia solo performance “Anime Sonore” in dialogo con le sculture e le installazioni realizzate dall’originale Matteo Nasini. La mostra “Neolithic Sunshine”, prima personale di Nasini in una istituzione museale italiana, è stata interamente concepita per la Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive di Pesaro.

Cosa sogna Peppe Consolmagno per il futuro?
Continuare a fare cose belle con altri, fare sempre incontri stimolanti. Non mi interessa in quale direzione (sono passato dalle musiche elisabettiane del ‘600, al rock, dalle variazioni di Goldberg alla musica di autore, dalla poesia alla scultura, dalla musica per bambini al jazz, musica senza confini), l’importante è poter essere libero e sempre ben collocato.

Prima di salutarci, ci consigli tre dischi da ascoltare assolutamente?
Sono cose che ho nel cuore e che sto rivivendo per varie coincidenze proprio in questo periodo: “Sanfona” di Egberto Gismonti e due dischi che mi riguardano direttamente, ovvero “Timbri dal Mondo” e “Naná Vasconcelos, Antonello Salis, Peppe Consolmagno”.