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The Birthday Party – Prayers on fire (1981)

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I malati psicopatici che affollano i corridori della mente “malata” di Nicholas Cave vengono fuori dalle loro camere e si radunano nella sala comune del manicomio per la festa di compleanno inscenando un teatro dell’ assurdo pieno di mostri truculenti e abominevoli. La musica dei Birthday Party è una giostra costruita su una ruota della tortura. Sorrisi e boccacce trasformati in smorfie di raccapriccio e terrore. La musica del gruppo australiano si è trasformata in una efferata e turpe messinscena gotica dove la sevizie diventa protagonista assoluta dello spettacolo. È la deriva blues del tribalismo macilento dei Virgin Prunes, la rappresentazione post industriale del bizzarro teatro di Kurt Weill, la congiunzione astrale tra la costellazione del Bauhaus e quella della Pere Ubu. Non c’è nessuna paura di sprofondare nel grottesco ma quasi una perversa attrazione indulgente nell’eccedere nella farsa fino ai limiti del ridicolo, come succede in Just you and me, Kathy‘s Kisses o Capers che ostentano l’arte di uccidere la musica da piazza con l’anarchia surreale della rappresentazione delle atrocità fisiche e mentali che ingombrano le loro menti deviate. È un crogiolarsi nella deformità intellettuale che esplode in tutta la sua magistrale violenza nel primitivo urlo di Zoo-Music Girl, nel passo strascicato di Nick The Stripper nel suo “abito da compleanno”, nel rantolo asincrono di King Ink (“che vita meravigliosa, c’è Fats Domino alla radio!” mugugna Cave in chiusura quasi a voler sottolineare l’arte dissacratoria di cui è impregnato lo stile della band, NdLYS), negli schizzi funky di Cry, nell’ epilettica caricatura di Figure of fun, nella bufera che investe Blundertown, nella fustigazione rockabilly di A dead song e nella narcolessia esasperante di Yard. Prayers on fire mesce nell’eccesso, nella rappresentazione deforme del malessere eroinomane, nella volgarizzazione del proprio richiamo antropologico all’essere primordiale. (Franco Dimauro)

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