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The Pogues – Rum, Sodomy & the Lash (1985) | Recensione

Una galleria d’immagini per dar voce ai poveri e agli oppressi: dai disoccupati ai pescatori di balene, dai vagabondi ai carcerati.

Una presunta citazione di Winston Churchill, “Rum, sodomy and the lash“, e l’immagine di una zattera malridotta carica di sventurati in costume adamitico (goliardica e personale rivisitazione della “Zattera della Medusa” di Gericault) per il capolavoro folk rock della ciurma più chiassosa e commovente degli anni ’80: i Pogues.

Una galleria d’immagini per dar voce ai poveri e agli oppressi: dai disoccupati ai pescatori di balene, dai vagabondi ai carcerati.

Un album che giunge dopo appena un anno dall’esordio, Red Roses For Me del 1984, ma che sa scavare nell’intimo, consacrando il genio narrativo di Shane MacGowan, poeta del whiskey e cantore delle verdi colline.

Fiero e impavido come un “qualsiasi” Joe Strummer e con una voce sgraziata e fuori dalle righe, Shane palesa lo spirito del condottiero senza spada, intrepido e allegro sognatore che celebra meraviglie senza tempo (The old main drag) e fugaci utopie (And the band played waltzing Matilda) tra cori, flauti, violini e debordanti fisarmoniche. Strepitoso e toccante come una sbornia tra vecchi amici. (Luca D’Ambrosio)





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