The Dictators – Go Girl Crazy! (1975)

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I supercafoni del punk americano. Tamarri e grezzi, quando la Epic se li mette in casa grazie alla raccomandazione di Richard Meltzer e Sandy Pearlman non sa manco come venderli. Sembra di essere tornati all’anno zero del rock ‘n roll. Si fanno fotografare nudi o in accappatoio e cantano di donne, auto, sole. Sesso, velocità, teppismo, divertimento. La sottocultura junkie che emerge dai bassifondi newyorkesi come sorci dagli accessi della metropolitana. Un puttanaio rock and roll dove assoli esuberanti e mascolini si infilano dentro short da spiaggia anni ’60. Come per i New York Dolls, siamo davanti al travestitismo più osceno del periodo. In anticipo rispetto a molte intuizioni dei Ramones (i coretti surf di Cars and Girls, il “C’mon boys! Let ‘s go” esibito su Master Race Rock, le cover di I got you babe e California Sun), Go Girl Crazy! diverte come pochi dischi di quel lontano 1975. Un’ approssimazione vocale e strumentale che fa ridere tanti, in quell’ anno in cui, ricordiamolo, le classifiche sono dominate da Wish you were here, Blood on the tracks, A night at the opera, Born to run, Tonight‘s the night, Ommadawn, Physical Graffiti ma che invece si rivelerà presto come l’anticipazione del nuovo approccio disinibito e dozzinale delle nuove leve del rock ‘n roll mondiale. Go Girl Crazy! è puro rock-spazzatura. Dal riff epidurale di The Next Big Thing al surf di Teengenerate e (I live for) Cars and Girls che anticipano Ramones e Barracudas attraverso il rantolo metallico di Weekend, il pub-rock muscoloso di Back to Africa e il profondo livido hard di Two Tub Man il rock ‘n roll torna alla scuola materna. Le maestre hanno le gambe bellissime. Le mamme pure. Il sabato mattina in TV danno Sigmund and The Sea Monsters, Scooby Doo, Waldo Kitty, il Pianeta delle Scimmie, la Valle dei Dinosauri, Josie and The Pussycats. I grattacieli tagliano il cielo di New York come enormi simboli fallici. I dittatori sono lì per far sorridere. Chi ha sedici anni non dovrebbe pensare ad altro. Chi si rade le ascelle è out. (Franco Dimauro)

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