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Brinsley Schwarz – It’s All Over Now, 2017 | Recensione | Streaming


Sui Brinsley Schwarz si sarebbe dovuto fare un film. Non leggetela come un’esagerazione. È cronaca. Circa una decina di anni fa una casa di produzione di Hollywood era interessata a documentare quello che sarebbe passato alla storia come il Brinsley Schwarz Hype. Poi, non se ne fece più nulla. Non che io sappia almeno.

Il film si proponeva di portare sul grande schermo uno dei più grandi disastri promozionali della storia, organizzato proprio per il lancio della carriera di questa allora del tutto sconosciuta band inglese. Un debutto organizzato al Fillmore East di New York con tanto di spese pagate per ben 134 giornalisti inglesi che avrebbero poi dovuto scrivere chissà quali delizie sull’esibizione del gruppo a fianco di Van Morrison e Quicksilver Messenger Service.

Le cose purtroppo non andarono come previsto. L’aereo riservato ai giornalisti ha qualche problema subito dopo il volo e il comandante decide di fare una sosta in Irlanda. Ora, cosa vuoi fare in Irlanda quando non hai un cazzo da fare se non aspettare per un tempo infinito che i meccanici riparino il tuo aereo? Bere, ovviamente. La seconda parte del viaggio è dunque un vero disastro, con la fusoliera dell’aereo trasformata in un’enorme latrina di succhi gastrici.

All’arrivo a New York due terzi dell’allegra (molto allegra, inizialmente) carovana va in coma etilico nel suo albergo. Dei pochi impavidi che si trascinano al Fillmore, molti vengono bloccati all’ingresso per evitare sicure molestie. Quelli che passano racconteranno di un’esibizione “poco lucida”. Riferendosi forse più alla loro condizione che a quella dei Brinsley Schwarz. Ma ormai la frittata era fatta. L’avvio della carriera della band inglese si rivelerà un flop colossale di cui pagherà lo scotto per tutta la sua quinquennale storia.

La “riabilitazione” sarebbe arrivata tardiva, con la canonizzazione del pub rock di cui loro furono profeti e l’avvio della carriera solista di Nick Lowe e l’ingresso di Brinsley e Bob Andrews tra le fila dei Rumour di Graham Parker. Troppo tardi, dunque. Siamo già nella metà degli anni Settanta e i Brinsley Schwarz hanno fermo in “officina” il loro settimo album che varcherà la saracinesca solo nel 1988, esposto neppure tanto bene da Ian Gomm nel suo cortile privato.

La sua prima stampa su compact disc arriva adesso, quasi venti anni più tardi, per l’inglese Mega Dodo. La musica della formazione, già vecchia all’epoca della sua nascita, appare oggi antiquata come la sala da pranzo dei vostri bisnonni. Del resto i Brinsley non erano altro che dei restauratori e degli intrattenitori sopraffini. Come i Drifters, ma con la pelle bianchissima.

Pop edulcorato, una spruzzata di musica nera (soul, ballad, reggae) opportunamente disidratata, country-rock da birreria, qualche puntatina nel blues rock (Everybody e Give Me Back My Love nell’album in questione) e nessuna voglia di fare del male a qualcuno. Se non involontariamente, come il famoso disastro del Fillmore, film o meno, non smette di ricordarci. (Franco Dimauro)

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