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I milanesi Gran Zebrù con il disco d’esordio «EP1»

Dai Pink Floyd ai REM, fin dentro all’indie rock, passando per il post-rock.

Evasione post-rock e sospensione lisergica dentro il suono dei Gran Zebrù. Suono e scrittura che in questo primo disco hanno l’energia opportuna per trascinarmi via con la mente e con i pensieri e, dal loro mood assai grigio e metropolitano, di certo non c’è altra via di uscita se non quella di far pensieri poco confortanti.

Eppure c’è aria di spensieratezza dentro EP1, esordio della formazione milanese pubblicato nel 2020 da I Dischi del Minollo: un viaggio dentro la forma canzone ristrutturata opportunamente anche con lunghi arrangiamenti strumentali in equilibrio dentro uno scenario cittadino che appare evidente sin dal primo ascolto.

Lo definirei (anche io) “domenicale”, proprio come ho letto altrove sul loro conto. Dalla psichedelica dolcezza del singolo No Hay Bamba al resto della tracklist che si fa appena più incalzante senza mai risolversi in soluzioni scontate, senza mai sfociare con carattere in una direzione che approdi in qualcosa di preciso e prevedibile.

Resta “irrisolto” questo primo lavoro dei Gran Zebrù, resta sospeso, resta figlio di un non luogo e penso che sia proprio questa la vera ricchezza e il valore aggiunto dei Gran Zebrù.

Dunque dai Pink Floyd ai REM, fin dentro all’indie rock, quello ruvido, quello gridato come ci appare in Piccolo Lord. Sempre senza mai eccedere in un verso o nell’altro. (Alessandro Riva)

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