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«Discorsi sulla musica» con Umberto Maria Giardini

A inaugurare la nuova rubrica di Luca D’Ambrosio dal titolo «Discorsi sulla musica» è il cantautore Umberto Maria Giardini, già noto come Moltheni.

A partire da oggi prende il via questa nuova rubrica di Luca D’Ambrosio dal titolo «Discorsi sulla musica».

A rispondere alle domande del fondatore e responsabile di Musicletter.it saranno, di volta in volta, alcuni dei principali artisti del panorama musicale italiano.

A inaugurare il ciclo di interviste è il cantautore Umberto Maria Giardini, già conosciuto come Moltheni. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Umberto Maria Giardini © di Luca D’Ambrosio

Umberto Maria Giardini (Moltheni)

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Credo si materializzi nel giorno in cui assistetti al mio primo concerto attorno al 1984. Vidi una band inglese che si chiamava The Style Council con un elegante Paul Weller e un ispirato Mike Talbot che trascinavano il pubblico in un vortice irrefrenabile da cui era impossibile sottrarsi. Da lì compresi che la musica non era solamente quella vista in tv, era tutt’altro. La settimana dopo comprai la mia prima batteria, da quel giorno non mi sono più fermato.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Le stesse che si incontrano oggi. Trovare persone capaci e serie, concentrate nello stesso identico obbiettivo.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

La dedizione assoluta negli ascolti e nel lavoro in sala prove.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

Le difficoltà oggi sono tante, ma sono nulla paragonate a quelle che doveva affrontare e risolvere un ragazzino nei primi anni ’80. Non essendo più giovane non saprei esattamente cosa rispondere, so e ricordo solamente quelle che dovetti affrontare io, senza soldi, senza computer e vivendo in una piccola città di provincia.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Non è facile rispondere a questa domanda. Di certo un artista affermato in Italia tende ad avere una cultura più scarsa e frenante, soprattutto sui valori umani e sulla disponibilità verso gli altri, che apparentemente invece sembrano scontate. L’apertura di coloro che sono alle prime armi, è decisamente più interessante genuina e propositiva. In Italia chi ha, tentenna nel dare.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

Non lo so. La mia è da sempre solo ed esclusivamente una attività del tutto personale, fondamentalmente io suono per me non per gli altri. Di positivo trovo il piacere di scrivere e di lavorare in studio (è una cosa che amo follemente) il resto è routine, compreso suonare dal vivo. Probabilmente affermo questo perché ho alle spalle centinaia di concerti live e in questo preciso momento storico suonare dal vivo a causa delle restrizioni è noiosissimo, tuttavia tutto serve e tutto ha significati importanti.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

Poco niente, i social mi annoiano e mi tolgono il tempo di vivere realmente la mia vita. Ho FB, ho Instagram, ma ci perdo pochissimo tempo, diversamente facendo sarei una persona differente.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

È un modo per sentirsi meno in colpa difronte alla vita. Forse anche difronte alla nostra leggerezza sulle cose più importanti. Per fortuna questa mancanza fa scaturire anche cose straordinarie, fatto sta che molti musicisti dimenticano la verità e l’approccio alle cose di tutti i giorni.

Quali sono stati gli artisti e i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Sono tantissimi, essendo un ascoltatore di musica storicamente attento e concentrato, sono troppi i dischi che mi hanno segnato, elencarli tutti sarebbe impossibile. Su tutti non posso non citare alcuni classici del jazz che vanno da Baker a Mingus a Monk, ma anche numerosi progetti legati al rock come Smiths, Jeff Buckley, Elliott Smith, Led Zeppelin. Poi tanta musica sperimentale come Tortoise, Jim O’Rourke, e tanto tantissimo folk da Nick Drake a Karen Dalton fino a Josè Gonzales.

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Sono determinanti, ma non sempre coincidono.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

La visione della musica nel nostro paese è abbastanza deviata, sono tantissime le cose che non sopporto e che mi danno enormemente fastidio. La maggior parte di esse sono le manifestazioni legate all’ignoranza e alla mancanza di cultura musicale che inevitabilmente e puntualmente porta personaggi scadenti ad essere sopravvalutati; tutto ciò oggi avviene in maniera abbastanza frequente, quasi di routine, tuttavia fa scaturire in me un sentimento di imbarazzo che onestamente parlando non posso nascondere. Forse è stato sempre così, d’altra parte basta guardare la classifica delle vendite e rendersi conto che l’80% del successo di un disco dipende se dietro c’è una major che spinge. Il prodotto e quello che si ascolta, conta sempre meno.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Psichedelia.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi ancora non ti conosce.

Il prossimo.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

Il grosso pubblico non guarda assolutamente all’identità artistica, ne (spesso) è in grado di riconoscerla più di tanto. Credo comunque che per un artista e nella fattispecie per un musicista sia determinante riconoscersi. Essere autentici guardando dentro se stessi è la base di partenza per qualsiasi forma d’arte; quello che successivamente si sviluppa avrà sempre caratteristiche riconoscibili e comunque originali se alla partenza del processo c’è ricerca rivolta verso se stessi. Credo in tutta onestà che anche chi assomiglia a qualcun altro possa avere una grossa personalità, purché poi la sviluppi in modo personale e originale, verso direzioni nuove, o nel caso, diverse.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

Dipende dalla sua formazione, e da valori come l’etica e la morale. Se la tua arte poggia su una base forte e onesta, non hai bisogno di nulla, anche quando nessuno parla di te. Produrre arte è già di se una attività umana appagante. Io da molto tempo passo moltissimo tempo a suonare da solo a casa mia, in cantina e sto benissimo. La stampa, i media, i social, la tv e tutto ciò che ruota attorno all’arte la modifica. Tutto apparentemente serve, ma allo stesso tempo tutto è così decisamente inutile.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Sono un musicista molto meno pubblico di quello che appare. Lo testimonia il fatto che rispondo immediatamente alle mail e ai messaggi che mi scrivono gli affezionati e/o i curiosi. Ognuno deve fare il proprio percorso e sentirsi a proprio agio in qualsiasi cosa fa o decide di fare. C’è chi è sempre lì, alla ricerca della visibilità in rete poiché spesso comporta un incremento di guadagno che entra da altre porte. C’è chi per un po’ scompare perché se ne fotte. Io nel mio specifico caso, vivo sereno occupando la maggior parte della mia vita suonando, soprattutto in studio, senza che nessuno lo sappia o se ne accorga. A me va bene così. La mia indipendenza è la mia forza.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Gli artisti accettano tutto. Soprattutto oggi, dove in cambio di visibilità mediatica molti venderebbero anche la propria madre. Conosco personaggi straconosciuti della scena musicale odierna, che senza vergogna hanno accettato compromessi imbarazzanti pur di essere lì, sia nel rapporto di lavoro con le major, sia per essere davanti a una telecamera, meglio se trattasi un Talent Show. Non so bene cosa un artista non dovrebbe mai accettare, non sta a me giudicarlo o dettare regole. Personalmente nella mia vita ho detto tanti no e fortunatamente ho sempre fatto sempre la cosa giusta. Detto questo credo che la propria identità e la propria coerenza debbano sempre rimanere immutate, specialmente difronte alle golose opportunità che si presentano durante la carriera. Certe cose non vanno mai messe in vendita, soprattutto in un paese come il nostro in cui l’etica e la morale sono ai minimi storici.

Hai mai pensato di smettere?

Di pubblicare musica sì, di non suonare no.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Preparare un progetto strumentale di ampio respiro e d’importante profilo. In realtà lo sto già registrando.

Dove sta andando la musica?

Non lo so. La musica in sé non sta andando da nessuna parte, ha sempre avuto la stessa direzione, che nel tempo non è cambiata. Essere scritta, prodotta, suonata, registrata e resa eventualmente fruibile ad un ipotetico ascoltatore. Siamo noi che la pilotiamo secondo i nostri interessi e culturalmente la modifichiamo e manipoliamo per scopi legati alla sua commercializzazione. Se la musica avesse la possibilità di scegliere, escluderebbe dalla sua esistenza miliardi di persone.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

La mia vita durante l’esperienza della pandemia in realtà è cambiata pochissimo. Il presupposto più antipatico è stato rappresentato dall’impossibilità di viaggiare, cosa che faccio fin da quando ero ragazzo, e che ho voluto trasmettere a mio figlio fin dai suoi primi anni di vita. Artisticamente un po’ come tutti ho dovuto anch’io frenare, ma è andata bene lo stesso perché ho lavorato tantissimo a porte chiuse soprattutto in studio. La solitudine è stata da sempre per me un ottima compagna di viaggio, pertanto non ho accusato più di tanto tutta la pesantezza imposta dagli eventi. E’ stato di conseguenza un periodo in cui ho pensato tanto, e ho compreso che, esistono tante cose importanti della nostra vita che non vanno dimenticate. I nostri figli, il rispetto per la natura, i valori che contano, l’amicizia, l’onestà. Riflettere mi ha regalato una certa consapevolezza sulla brevità della vita, facendomi capire cosa voglio nella mia, e non coincide esattamente con un profilo FB/Instagram da aggiornare ogni 24 ore.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Perché mi sono state chieste con gentilezza e perché un po’ ti conosco.

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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