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«Discorsi sulla musica» con Mara Redeghieri

Protagonista di questo secondo appuntamento di «Discorsi sulla musica» è Mara Redeghieri.

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Secondo appuntamento con la nuova rubrica curata da Luca D’Ambrosio dal titolo «Discorsi sulla musica».

Le domande sono sempre le stesse, a rispondere questa volta però è la cantautrice Mara Redeghieri. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Mara Redeghieri © di Luca D’Ambrosio

Mara Redeghieri

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

All’età di 30 anni, al ritorno in Appennino Reggiano da Bologna dove mi ero laureata in Lingue e Letterature Straniere. Incontro fortuitamente a una Festa della birra locale due dei componenti del gruppo Üstmamò, Ezio Bonicelli e Luca Rossi, impegnati in un live sorprendente, inaspettato, convincente sotto tutti gli aspetti

Quali sono state le difficoltà iniziali?

La mia performance dal vivo, affrontare il palco e il pubblico mi terrorizzava letteralmente. Trovare testi credibili e adatti al tipo di musica così particolare.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

Il radicale cambio della vita quotidiana, della routine, delle giornate tutte uguali. Una giovane famiglia di musicisti spericolati.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

L’ascolto soprattutto, il modo e il tempo necessario ad ascoltare la musica, si è tutto accelerato frammentato, scomposto in miriadi di rivoli, canzoni che durano un giorno, poco che rimane impresso.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Non saprei, è anche un fatto generazionale, le generazioni di giovani contemporanei seguono sicuramente i loro attuali punti di riferimento musicali. Che spesso non corrispondono ai nostri parametri di 60enni. È strano pensare a cosa possa rappresentare la nostra mitologia musicale attualmente, cosa e chi considerare già appartenente alla “Storia della Musica”. Numerosi programmi televisivi e radiofonici attualmente restituiscono carrellate di memoria del tempo che fu, dei grandi nomi che sembrano non avere paragoni contemporanei.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

Tanto, come fare musica negli anni 20 del secondo millennio, direi. La musica sovrasta i secoli per fortuna.

Quanto sei “social” e “tecnologica”?

Direi che anche questo è un capitolo che riguarda il nostro vivere contemporaneo. Ho dovuto comunque aprire una pagina ufficiale FB, visto che i media, la stampa e i metodi di divulgazione di eventi musicali si stanno estinguendo miseramente. La “Rete” in questo momento rappresenta il maggior mezzo di divulgazione musicale che possediamo, anche per noi poveracci.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

Non vincerò sicuramente la cifra. È troppo dura la questione. Per me personalmente è un esercizio spirituale, un cammino intrapreso con altri adepti, la miglior cura, un modo di passare il tempo fruttuoso, gioia e condivisione, miseria e frustrazione, pace del cervello frastornato, ascolto in silenzio.

Quali sono stati gli artisti e i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Soprattutto l’incontro con Giovanni Ferretti e le sue mirabolanti avventure artistiche: CCCP e CSI li ho adorati. I preziosi ascolti dei miei musicisti, sempre all’erta. Fabrizio De André: “Creuza de ma“ e “Le Nuvole”. Paolo Conte: “Un gelato al Limon”. Lucio Dalla: “Com’è profondo il mar” e “Automobili”. Enzo Iannacci: “Ci vuole orecchio”. Giorgio Gaber: “Far Finta di essere sani”. Blu Vertigo: “Zero“ Subsonica: “Amorematico”. Almamegretta: “Sanacore”. Baustelle: “La Malavita”. “The Velvet Undergrund & Nico”. Bob Marley: “ Exodus”. “ Beck: “Mutations”. Massive Attack: “Blu Lines”. Bjork: “Post”. PJ Harvey: “To Bring you my Love”.

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Fondamentali, fondanti, essenziali.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

I gruppi di cover, che ricalcano miseramente le glorie altrui e spesso le devastano.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Non ne ho, mai avuto un genere preferito, trovo i generi musicali molto limitanti, anche se allo stesso tempo sicura piattaforma per creare novità

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

Recidiva”!

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

È davvero difficile da dire. Per ogni artista penso sia un percorso assolutamente personale, intimo, unico. Ovviamente slegato da ottiche di mercato, di giusta promozione, di momento fortunato. In purezza la propria immanente forza creativa, il proprio livello di emozione restituito, condiviso, inteso da altri esseri umani che provano la stessa emozione .

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

Non saprei. Non sempre. Della stampa non mi preoccupo particolarmente, anche i giornalisti sono esseri umani dipende dalla loro integrità e purezza di intenti. A seconda del padrone che stanno servendo, se accettano di essere servi. La mia comunità, sono quelli che mi assomigliano. Sovente i miei ascoltatori – ascoltatrici mi assomigliano anche fisicamente, hanno diversi gusti in comune con me, credono nelle stesse cose. Loro mi premono parecchio. Il timbro “Üstmamò” ha generato parecchi orfani, legati al nostro essere di un tempo, alle emozioni che in loro abbiamo scatenato. Mi rammarica non poterli consolare, non riuscire a convincerli che ora io sono diventata un’altra cosa.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Sparire quando non si ha niente di buono da dire, quando si rischia di ripetersi inutilmente.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Accettare di non piacere a sé stesso, di dovere per forza accontentare le aspettative degli altri, le mode del momento.

Hai mai pensato di smettere?

Ho smesso per un bel lasso di tempo sette otto anni, finché non ho ritrovato di nuovo il gusto e la determinazione appassionata.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Mi piacerebbe girare un film, come regista, ma buffo, ironico, dissacrante

Dove sta andando la musica?

La musica cammina con le proprie gambe da sempre, tra le braccia di chi la ama, tra le mani di chi la suona.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

È stata ed è tutt’ora una prova durissima. Un immenso funerale dove l’unica possibile risposta è stata il silenzio, la lontananza, l’assenza. La commiserazione per quanto abbiamo distrutto e capovolto ogni ordine naturale, senza dare alcuna colpa al dove e al quando si sia scatenato questo inferno. Una piaga universale, una risposta gigantesca di creatura invisibile, a quanto l’Universo sia molto più potente di noi e creativo, immenso nelle risposte.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Son state belle domande, degne di considerazione, e che mi hanno tenuta in considerazione. Grazie.

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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