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«Discorsi sulla musica» con Edda

Il protagonista dell’ottava puntata di «Discorsi sulla musica» è il chitarrista e cantautore milanese Stefano Edda Rampoldi.

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È il musicista e cantautore Stefano “Edda” Rampoldi l’ospite dell’ottavo appuntamento della rubrica «Discorsi sulla musica».

Come al solito le domande di Luca D’Ambrosio sono sempre le stesse, le risposte invece no! Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Edda © di Luca D’Ambrosio

Stefano “Edda” Rampoldi

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Finita la scuola superiore ho tentato l’università ma niente da fare, poi c’è stato il militare nei CC ma niente da fare, quindi non sapendo fare nulla e non avendo progetti mi sono ritrovato con l’unica passione che avevo, la musica. E da lì ho fatto di necessità virtù.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Sopportare gli altri e fare in modo che gli altri sopportassero me. Essendo una band (Ritmo Tribale, ndr), abbiamo dovuto miscelare le attitudini di ciascuno di noi, ma avendo la fortuna di essere anche amici è stato facile e divertente (a volte).

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

La droga (leggera) prima del concerto. Così salivo sul palco in assenza d’ossigeno, catatonico, col cuore a mille e in stato di avanzata putrefazione. Poi man mano che il concerto andava avanti mi mettevo in bolla per approssimazione. Memorabili anche i processi post-concerto dove ognuno di noi veniva messo alla berlina dal resto gruppo imputandogli la mal riuscita del concerto. Finché non veniva il tuo turno, era bellissimo sentire le accuse che venivano fatte, si rideva anche molto, soprattutto guardando la faccia dell’accusato di turno.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

A parte dimagrire, diciamo che scrivere delle belle canzoni è prioritario. Se ci sono le canzoni, allora da lì può nascere tutta una volontà di potenza, che ti potrebbe sorprendere. Da cosa nasce cosa e anche se siamo in un momento pandemico la vita va avanti e con essa la musica e chi ce l’ha. Se non ti vengono le canzoni non c’è trippa per gatti.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Io sono 40 anni che muovo i primi passi, quindi parlo per la mia categoria. Mi piacerebbe essere un artista affermato, ma per adesso mi fregio di essere una merdaccia. Al momento non colgo alcunché dal momento storico, sono arrivato quasi a 60 anni senza essere mai cresciuto.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

Credo di sì, ma non saprei dirti quale.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

Abbastanza per saper mandare una e-mail, non abbastanza per capire cosa significhi crea un account.

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

La forma più alta di cultura.

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Sono nato nel ’63, tutti sappiamo che tipo musica è stata messa in circolo per un ventennio a partire da quel momento. Sono scesi sulla terra i marziani, “musica della Madonna” per dirla alla Jovanotti. E anche se sei un bambino italiano che non capisce una parola d’inglese, le orecchie sono internazionali ed è stato un sollucchero. Quindi senza fare nomi posso dire che sul pianeta si respirava una gran bell’aria musicale. Dagli Abba ai Weather Report da Nicola di Bari agli Area. L’unico che butterei giù dalla torre è Guccini (mi vien da ridere!).

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Meno scemo sei e meglio stai. Poi magari ci sono dei grandi musicisti che sono dei pezzi di emme, comunque è sempre meglio essere delle brave persone.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

No, accetto tutto! Poi ho i miei gusti e le mie idee, come tutti, ma non ci do tutta ‘sta importanza.

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

La melodia.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

Graziosa utopia”.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

L’identità c’è l’hai se sei te stesso, se poi agli altri fai cagare ti puoi sempre fare due domande.

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

L’artista ha bisogno di idee, se trovi conferme tanto meglio ma prima di tutto devi convincere te stesso e trovare un senso in quello che fai.

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Meglio non essere coglioni, così te la puoi giocare su entrambi i fronti.

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Di diventare grasso per ghiottoneria.

Hai mai pensato di smettere?

Sì, ma non posso.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Fare della bella musica.

Dove sta andando la musica?

A casa. La musica torna sempre a casa e ti porta con sé.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

Che siamo una manica di cialtroni ma c’è chi è anche peggio. L’ho vissuta principalmente a Milano con mio padre. Lui ormai è un uomo antico, io precario della vita e per dessert il gran visir di tutte le malattie: la Pandemia. Mi ricordo che non c’erano le mascherine, andavi a chiederle in farmacia, per settimane ti dicevano che dovevano arrivare. Un giorno ne ho trovata una per strada, siccome ero vicino a un ospedale ho pensato che sarà stata di un dottore e mi sono fidato, prima però l’ho annusata perché non si sa mai. L’ho indossata e sono andato a fare la spesa tutto felice all’Esselunga, finalmente protetto e in grazia di Dio.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Perché hai minacciato di ammazzarmi tutta la famiglia se non lo facevo (risate grasse, ndr). Ma è stato un piacere, e poi ti chiami come il mio gemello che sta in Papuasia.

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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