Best of 2021. I migliori 25 album dell’anno.

I 25 dischi del 2021 che ci sono piaciuti di più

  • 15Minuti
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Quando si redige una classifica dei migliori dischi dell’anno in qualche modo bisogna sempre tener conto di tre cose fondamentali: gusto personale; tendenza internazionale; oggettività. Quest’ultima, a differenza delle prime due, è sempre la più difficile da considerare, proprio perché quasi sempre si rischia di essere vittima del proprio bagaglio culturale così come del trend del momento.

Dunque è compito del critico musicale (o presunto tale) e di una redazione giornalistica tentare di esaminare e contestualizzare un album dal punto di vista storico e musicale esprimendo un giudizio più vicino a un’idea di assoluta oggettività, cosa pressoché irrealizzabile (soprattutto se la valutazione di un disco avviene contestualmente alla sua pubblicazione).

Se a tutto ciò aggiungiamo l’impossibilità, soprattutto di questi tempi, di stare dietro a tutte le uscite discografiche, possiamo tranquillamente affermare che il concetto di “migliori dischi dell’anno” quantunque divertente e gratificante lascia, specialmente nell’immediato, il tempo che trova.

Un tempo che ogni volta, tuttavia, tentiamo entusiasticamente di riempire con la bellezza “oggettiva” di 25 album, pur sapendo che da qui alla fine dell’anno non mancheranno gradite sorprese. (La redazione)

BEST OF 2021. I MIGLIORI 25 ALBUM DELL’ANNO

#1. Nala Sinephro – Space 1.8

La compositrice, produttrice e arpista Nala Sinephro fonde suoni meditativi, sensibilità jazz, folk e registrazioni sul campo. Sulla scia di capolavori come Promises di Floating Points con Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra, la musicista belga/caraibica di stanza a Londra dà vita a questo portentoso album d’esordio intitolato Space 1.8 che unisce jazz e musica ambient e che vede il prezioso contributo dei contrabbassisti Rudi Creswick e Twm Dylan, del bassista Wonky Logic, dei sassofonisti James Mollison, Ahnansé e Nubya Garcia, dei batteristi Shirley Tetteh, Jake Long e Eddie Hick, del chitarrista Shirley Tetteh e del tastierista/pianista Lyle Barton. Un album coraggioso e necessario, soprattutto di questi tempi. Il nostro disco dell’anno, insomma.

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#2. Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra Promises

Un album collaborativo tra il compositore britannico di musica elettronica Sam Shepherd, alia Floating Points, il sassofonista jazz americano Pharoah Sanders e la London Symphony Orchestra. Ne escono fuori nove straordinari movimenti sonori che liberano la mente e mitigano l’anima dell’ascoltatore. Tra jazz, ambient e musica classica contemporanea, Promises è un altro capolavoro del 2021 che per un niente si è fatto “scippare” il primo posto da Space 1.8 di Nala Sinephro.

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#3. Marissa Nadler. The Path of the Clouds

Sfocando il confine tra realtà e fantasia e muovendosi liberamente tra passato e presente, la cantautrice statunitense Marissa Nadler realizza il suo album più complesso e ambizioso. Assalita improvvisamente dalla voglia di viaggiare proprio mentre era costretta a stare chiusa in casa per via della pandemia, la Nadler è riuscita a scrivere forse uno dei suoi dischi migliori con canzoni folk che parlano di cambiamento, amore, misticismo e delitti. Miele per l’anima.

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#4. For Those I Love – For Those I Love

For Those I Love è l’omonimo album di debutto del musicista e producer di Dublino David Balfe. Un disco straordinariamente poetico e attuale che passa in rassegna nostalgia, dolore, perdita e lutto, ma anche temi sociali. Un lavoro godibilissimo e alla portata di tutti perché in fondo, al di là dell’elettronica utilizzata, For Those I Love è fatto soprattutto di “canzoni pop” dalle melodie intelligenti e dai ritornelli memorabili e accattivanti. Alla stregua dei suoi conterranei e contemporanei Fontaines D.C. e Murder Capital, David Balfe realizza un meraviglioso ritratto dell’Irlanda di oggi.

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#5. Low. Hey What

Con questo tredicesimo album in studio, il terzo con il produttore BJ Burton, i Low di Alan Sparhawk e Mimi Parker, tornano a fondere melodia e sonorità distorte come pochi altri sono riusciti a fare in questi ultimi venti anni. Un viaggio spazio-temporale fatto di dieci brani suggestivi che mettono insieme slowcore e drone music all’interno di strutture sonore dalle armonie ineffabili e familiari che solo i Low sono in grado di realizzare. Da So What di Miles Davis a Hey What dei Low, il passo non è stato così breve.

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#6. Jpegmafia – LP!

Il rapper e producer newyorkese Jpegmafia prosegue il suo viaggio nell’hip hop sperimentale con il quarto album in studio intitolato «LP!». Un disco in cui Barrington DeVaughn Hendricks (così all’anagrafe) sa essere intenso e raffinato spingendo la sua creatività oltre ogni limite, sapendo però anche tornare indietro su suoi passi. Barrington è uno che fa musica da quando aveva 12 anni ma che è nel grande giro dell’industria discografica soltanto da poco, dal quale è riuscito a ritagliarsi il suo spazio di libertà e indipendenza. Del resto Jpegmafia e un rapper che ha sempre puntato tutto sulla qualità sua musica e non sull’hype.

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#7. Mdou MoctarAfrique Victime

Afrique Victime del nigerino Mdou Mouctar è un disco fatto di chitarre e registrazioni sul campo, con meditazioni poetiche sull’amore, la religione, i diritti delle donne, la disuguaglianza e lo sfruttamento dell’Africa occidentale da parte delle potenze coloniali. In questo nuovo album c’è tutta la passione di Mahamadou Souleymane, aka Mdou Moctar, per la sua terra natale. Con questo nuovo lavoro discografico, il chitarrista e cantante del Niger fa delle tradizioni musicali nordafricane e tuareg gli elementi principali di un suono innovativo e contemporaneo, diffondendo altresì un messaggio messaggio di speranza e resistenza. Un altro grande disco all’insegna del tishoumaren.

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#8. Rhiannon Giddens with Francesco Turrisi – They’re Calling Me Home

Registrato in Irlanda, in appena sei giorni, durante la Pandemia, They’re Calling Me Home è il secondo album di Rhiannon Giddens (con Francesco Turrisi). Un delizioso e suggestivo disco folk in bilico tra bluegrass, old-time music, country e irish music e perfino con inserti di ritmiche africane, musica madrigale e un tradizionale italiano. Canzoni che non scadono mai nella banalità e che parlano del “desiderio per il comfort di casa così come della metaforica ‘chiamata a casa’ della morte, che per molti è stata una tragica realtà durante la crisi da CODIV-19”. Godibilissimo e confortante come il canto di Rhiannon Giddens.

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#9. Arlo Parks – Collapsed in Sunbeams

Dopo aver pubblicato nel 2019 l’emozionante disco Super Sad Generation che racchiudeva i suoi due primi due EP (Super Sad Generation e Sophie) più un’inedita lirica declamata dal titolo London, la giovane cantante e poetessa londinese Arlo Parks dà alle stampe il suo primo album sulla lunga distanza. Si intitola Collapsed in Sunbeams ed è un’istantanea della società contemporanea attraverso la quale Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinho (vero dell’artista metà nigeriana e metà ciadiana) unisce canzoni indie pop dalle atmosfere intime e meditative e dai testi poetici, prendendo come riferimento artisti come Radiohead, Portishead, Sufjan Stevens, Solange, Earl Sweatshirt… Insomma, Arlo Parks è una giovane ragazza che ha trovato nelle parole e nella musica conforto e appartenenza. E questo disco è la sua dichiarazione d’intenti.

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#10. Amerigo Verardi – Un sogno di Maila

Con questo nuovo album il musicista e produttore brindisino Amerigo Verardi (già Allison Run, Betty’s Blue, Lula, Lotus) rivela definitivamente il suo talento di artista libero e fuori dagli schemi nonché la sua totale assenza di pregiudizi e stereotipi. Un sogno di Maila è un disco accessibile a chiunque, attraverso il quale Verardi cerca di riappropriarsi (e di farci riappropriare) dello spazio e del tempo di cui ormai tutti abbiamo perso l’importanza e il significato. Un vero e proprio flusso di coscienza che mette in fila mantra psichedelici e canzone d’autore, pop rock ed echi di classica, musica d’ambiente e cenni di swing. La musica italiana che ci è sempre piaciuta ancor prima dei Måneskin.

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#11. Big Red Machine – How Long Do You Think It’s Gonna Last?

Poche parole per questo secondo delizioso album della premiata ditta Big Red Machine composta da Justin Vernon (Bon Iver) e Aaron Dessner (The National) che, per l’occasione, vede la partecipazione di nomi come Taylor Swift, Sharon Van Etten, Fleet Foxes e Anaïs Mitchell. Il risultato è questo piacevolissimo disco d’estrazione folk e pop capace di mettere d’accordo tutti. Ascoltatori esigenti e meno esigenti. Titolo del disco da incorniciare per il suo omaggio a The Last Waltz della Band.

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#12. Durand & The Indications – Private Space

Durand Jones & The Indications sono una delle realtà fondamentali della nuova scena soul americana, una formazione di valore assoluto che, oltre il leader il leader e cantante Durand Jones, può contare su artisti del calibro di Aaron Frazer, Blake Rhein, Steve Okonski e Mike Montgomery. Private Space è un disco di soul contemporaneo con un tocco di funk in chiave jazz e accenni di disco e house music. Da ascoltare e ballare al bar come in casa, in spiaggia come in discoteca.

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#13. Son of KemetBlack to the Future

I Sons of Kemet, collettivo jazz britannico dalle influenze rock e folk guidato da Shabaka Hutching, hanno dato un degno seguito a Your Queen is a Reptile del 2018. Si intitola Black to the Future ed è un lavoro musicalmente e culturalmente “olistico” che pone le basi per il prossimo, imminente futuro. Il cambiamento è iniziato. Si torna alle radici, finalmente.

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#14. Aaron FrazerIntroducing…

L’album d’esordio da solista di Aaron Frazer, prodotto da Dan Auerbach, è un testamento di gratitudine verso i grandi artisti soul che hanno definito il suo gusto e influenzato lo stile. Introducing… combina la passione di Frazer per il grande soul anni ’60 e ’70 con la particolare sensibilità artistica di Auerbach. registrato a Nashville con una band di turnisti incredibili, dentro Introducing… gospel, doo-wop, disco music e molto altro ancora.

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#15. Nick Cave & Warren EllisCarnage

L’amicizia e il sodalizio artistico tra Nick Cave e Warren Ellis hanno dato vita a uno degli album più belli dell’anno. Un’opera pop/rock dai toni melodrammatici e ferini con al centro la straordinaria e inconfondibile voce di Cave che ancora una volta, in un momento di crisi (questa volta epocale), riesce – con la geniale complicità di Ellis – a trasformare il dolore e la sofferenza in energia positiva. Il risultato di questa sorta di catarsi prende il titolo di Carnage. Un disco che va dritto al cuore: schietto, impulsivo, oscuro, teatrale, ma pieno di infinita speranza.

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#16. Tyler, The CreatorCall Me If You Get Lost

Sesto album per il rapper di Los Angeles Tyler Gregory Okonma che per l’occasione collabora con la crema dell’hip hop come 42 Dugg, Daisy World, Domo Genesis, Brent Faiyaz, Fana Hues, Lil Uzi Vert, Lil Wayne, NBA YoungBoy, Teezo Touchdown, Ty Dolla $ign e Pharrell Williams. Call Me If You Get Lost è un caleidoscopio di suoni, umori e colori dall’inconfondibile stile black di Tyler che, come pochi altri, riesce a muoversi liberamente tra neo-soul, contemporary r&b, death rap, jazz hip hop.

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#17. Shame Drunk Tank Pink

I londinesi Shame sono una delle realtà più interessanti della scena alternativa contemporanea, capaci di risvegliare l’assopita aggressività punk rock della loro terra e darle una forma moderna e meno datata. Prodotto da James Ford, il secondo album Drunk Tank Pink racchiude tutta l’energia e lo smalto del rock and roll, quello che ci ha portato a percorre questa strada fin dal primo giorno della sua scoperta.

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#18. Silk Sonic – An Evening with Silk Sonic

L’idea di una possibile collaborazione tra Anderson .Paak e Bruno Mars è nata nel 2017 quando i due produttori e cantanti statunitensi sono andati in tour insieme per le date europee del 24K Magic World Tour. Una jam session notturna sulla strada ha scatenato subito la chimica tra di loro. E così, poco prima che il mondo entrasse in quarantena, Bruno ha chiamato Anderson: “Ricordi quell’idea che abbiamo avuto nel 2017? Facciamola”. Nel 2021 nascono dunque i Silk Sonic e An Evening with Silk Sonic è il loro album di debutto all’insegna del soul e del funk anni ’60 e ’70 con la partecipazione del leggendario Bootsy Collins.

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#19. Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert

Hip hop al femminile per la londinese di origine nigeriana Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, meglio nota come Little Simz, che in questo quarto album in studio sfoggia il meglio di sé tra rap, soul, r&b, elettronica e afrobeat. Popolare e ricercata quanto basta per guadagnarsi anche il nostro consenso.

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#20. Iosonouncane – Ira

Con Ira Jacopo Incani (alias Iosonouncane) continua il suo percorso sperimentale all’insegna di elettronica, progressive, jazz, psichedelia, world music. Un intenso flusso sonoro – a tratti destrutturato – attraverso il quale Incani tenta di esplorare nuovi linguaggi musicali, prendendo le distanze dalla solita “forma canzone”. Un obiettivo quasi completamente riuscito dopo cinque anni di duro lavoro. Capolavoro o no, Ira è senza dubbio un album che segna, per l’autore e in qualche modo anche per la musica italiana, un passaggio importante.

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#21. Margo CilkerPohorylle

La giovane cantautrice folk dell’Oregon Margo Cilker esordisce con questo bel disco di americana suonato, cantato e arrangiato meravigliosamente e che nel suo insieme ricorda certe cose di Lucinda Williams, Townes Van Zandt e Gillian Welch. Prodotto da Sera Cahoone (ex Band Of Horses) e missato dall’ingegnere del suono John Morgan Askew (Neko Case, Laura Gibson), Pohorylle vede la partecipazioni di Jason Kardong, Rebecca Young, Mirabai Peart e Kelly Pratt. Un album piacevole e basilare come bere un bicchiere d’acqua fresca nei momenti di sete e fatica.

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#22. Grouper – Shade

Grouper è il progetto solista di Elizabeth Anne Harris, talentuosa musicista e producer statunitense che ama comporre brani sperimentali che si muovono discretamente tra ambient, folk, dream pop e psichedelia. Attiva fin dalla metà degli anni 2000 e con diversi dischi alle spalle, alcuni dei quali anche ben accolti dalla critica come Ruins e Grid of Points, la cantautrice confeziona nel suo solito stile sfuggente e impenetrabile un altro album di experimental pop ispirato, profondo e ipnotizzante. Potrebbe anche non piacere, ma è il rischio che si corre con quei dischi che per l’ascolto hanno bisogno di tempo e concentrazione.

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#23. FPA – Princess Wiko

FPA è il progetto di Frances Priya Anczarski, poliedrica musicista di Minneapolis che il 5 novembre 2021 ha pubblicato 37d03d il suo secondo album Princess Wiko. Scritto e registrato principalmente nella sua camera da letto durante la quarantena, Princess Wiko mette in mostra la voce meravigliosamente evocativa di Anczarski e la sua profonda curiosità filosofica attraverso ritagli di r&b, spoken word, hip hop, elettronica, tradizioni popolari e sonorità dalle atmosfere cinematografiche. Sebbene Frances Priya Anczarski sia nata a Minneapolis da madre nigeriana e padre polacco, l’idea del disco trova le sue origini a Parigi, dove la giovane artista ha trascorso sei anni formativi da sola studiando musica e filosofia. Mentre le sue influenze spaziano da Nietzsche a Billie Holiday, da Dostoevsky a Max Richter, è l’intuizione musicale ed emotiva di Anczarski dà forma e colore alla sua arte. Allo stesso modo dei suoi coetanei di Minneapolis, Lizzo e Dua Saleh o come la talentuosa Brittney Denise Parks alias Sudan Archives. Disco breve ma al tempo stesso bello e originale al punto da guadagnarsi la nostra classifica di fine anno.

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#24. TV Priest – Uppers

Talvolta si pensa di avere la verità su qualsiasi argomento, spesso ripetendola giornalmente e banalmente come un mantra in ogni dove. Purtroppo però non è così, e a confermarcelo è questo folgorante album di debutto dei londinesi TV Priest, quattro amici che, al contrario di dogmi e certezze varie, abbracciano la sconvolgente bellezzadell’ignoto che permea ogni istante e aspetto della nostra vita (privata, politica e culturale). Uppers è un disco post-punk che non dice nulla di nuovo ma che ci ha folgorato fin dal primo ascolto per la sua energia e la sua carica emotiva incentrate su visioni realistiche e disincantante. Insomma, un album necessario che ci desta dal torpore quotidiano attraverso un alternative rock che segue le sonorità contemporanee di Protomartyr, Idles e Shame e, in certi passaggi, perfino quelle inconfondibili di Fall e Grinderman. Da ascoltare a manetta.

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#25. W. H. Lung – Vanities

Dopo l’acclamato album di debutto del 2019, Incidental Music, una vivace miscela di krautrock, synth pop e groove contagiosi, i mancuniani W. H. Lung fanno di nuovo nella scena scena indie autunnale con un nuovo lavoro discografico che strizza l’occhio all’elettronica anni ’90 e a certa musica dance anni ’80. Si intitola Vanities ed è un disco diretto, incisivo e potente che non fa rimpiangere affatto il loro esordio. Perché questo secondo album è, per la band, una vera e propria ode alle piste da ballo.

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N.B. – Purtroppo non c’è Teatro d’ira – Vol. I dei Måneskin

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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