«Coccodrillo Bianco» di Marco Cignoli

Siamo nel mondo del pop, quello più sfacciato che si ciba di forme e cliché ampiamente battuti e definiti tali dal mercato e dalle mode.

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Eccolo il primo disco di Marco Cignoli, cantautore e conduttore tv della provincia pavese. Si intitola Coccodrillo Bianco, esplicito rimando a una canzone di Alberto Radius dentro cui si cita e si parla dei coccodrilli bianchi che da decenni, secondo la credenza popolare, avrebbero preso il possesso delle fogne di New York, cibandosi di scarti e ratti. Ma veniamo all’ascolto che tendenzialmente porta con se una monotonia (in senso letterale) di stile e di forma.

Siamo nel mondo del pop, quello più sfacciato che si ciba di forme e cliché ampiamente battuti e definiti tali dal mercato e dalle mode. E di certo Marco Cignoli non si nasconde dietro altre filosofie, ne tenta di prometterci altro lungo tutto l’ascolto di questi nove inediti che però alla fine risultano utilizzare un dialogo sempre troppo uguale.

Il pop che in molti tratti, come nel singolo Invece scrivo canzoni, ha carte ben definite per far parte del mainstream del mercato, in altri momenti ha cercato la varianza, la diversità, anche se non riuscendoci abbastanza.

Tra quei pezzi invece che amo definire “fuori pista” c’è Tamburo, uno dei brani più accattivanti che parte con un mood metropolitano, un poco scuro, ma che soprattutto nell’inciso corale si gioca carte “rock” molto gustose. E poi Autunno centrale che mi richiama anche un certo modo di fare alla Simply Red o quel modo degli anni ’80 ricco di grande glamour inglese. Ed è ovvio, visti anche i temi trattati, i rimandi al buon George Michael, tanto per avere una direzione (assai esagerata, lo ammetto) verso cui guardare.

Con Coccodrillo Bianco ho l’impressione che le melodie non troppo forti abbiano avuto la possibilità di vestirsi di suoni e di arrangiamenti digitali assai accattivanti. E qui forse l’equilibrio non ha retto visto che per molti istanti, come ad esempio in Utopia, il comparto dei suoni ha un carattere secondo me troppo invasivo rispetto al messaggio e al ricamo della lirica. Non so, non mi convince troppo. Forse avrei preferito una melodia meno giocosa, meno sbarazzina, più seriosa. Forse in questo primo lavoro si subisce troppo il risultato che si è creato nel far dialogare l’istinto che porta bellezza (nella scrittura) con la matematica e il ragionamento nell’uso dei suoni per arrangiare e per puntare al “far piacere” i brani al pubblico.

Ad ogni modo, per chi ama il genere del pop, sono sicuro che sarà soddisfatto a pieno dentro le forme e i cliché sicuri che impone la scuola della canzone leggera italiana. (Paolo Tocco)

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