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Soul senza tempo nell’album di debutto Joy di MT Jones

Con Joy, MT Jones firma un debutto soul elegante e maturo: groove morbidi, falsetti vellutati e testi sulle fragilità sentimentali dell’era post-burnout. Un disco rétro senza nostalgia forzata, tra Motown, UK soul e produzioni raffinate che evitano ogni cliché algoritmico.

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Per anni MT Jones è stato quel tipo di musicista che scopri per caso leggendo i credits di qualcun altro, tipo quando realizzi che il bassista di Lauryn Hill ha più fascino di metà dei cantautori usciti da TikTok lo scorso anno. Dopo una lunga gavetta, finalmente il ragazzo di Liverpool si prende il centro della stanza con l’album di debutto Joy, e lo fa senza l’ansia da prestazione da “nuovo fenomeno soul” che ormai affligge chiunque abbia un Wurlitzer, una tote bag della Rough Trade e almeno un trauma ben curato in terapia.

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Soul per adulti funzionali

MT Jones costruisce un disco che sembra pensato per over 30 che pagano l’abbonamento a MUBI ma condividono reel ironici sulla propria stanchezza emotiva. Dentro a Joy ci trovi Motown, Stax, un po’ di Curtis Mayfield e quella elegante malinconia da stazione ferroviaria sotto la pioggia tipicamente UK. Jonathan Quarmby firma le produzioni avvalendosi di strumenti veri, groove morbidi, e fiati dosati meglio dei microdosing podcast di wellness che infestano Spotify.

L’amore come disastro organizzato

I testi girano quasi tutti attorno all’amore, ma non quello instagrammabile da coppia in lino beige che fa retreat in Portogallo. Qui c’è gente che sbaglia il tempismo, che rimugina sugli ex, che si perde emotivamente come chi apre Threads convinto di trovare pace mentale. Tastes Like You ondeggia con groove morbido e falsetto vellutato, Gentle Reminder sembra la colonna sonora perfetta per mandare messaggi troppo sinceri dopo due bicchieri di vino bio che pensavi non ti andasse alla testa, mentre Changes Like the Weather racconta relazioni instabili meglio di qualsiasi puntata di ‘Normal People’. 

Vintage senza cosplay

La cosa più riuscita di Joy è che riesce a essere retrò senza trasformarsi in una convention per feticisti del vinile da 42 euro. Hammond, piano elettrico, falsetti vellutati e groove soft funk convivono con una pulizia sonora modernissima, lontana anni luce da quel soul “algoritmico” pensato per finire nelle playlist tipo Dinner With Your Situationship. Persino i momenti più romantici evitano il diabete emotivo grazie a una scrittura che osserva le fragilità con autoironia involontaria per l’era post-burnout.

Un debutto che sembra già un ritorno

La sensazione strana è che Joy sia un debutto che suona già come il disco di un artista navigato, uno che ha passato abbastanza tempo dietro le quinte da capire quanto sia inutile urlare per farsi ascoltare. MT Jones non rincorre trend, non forza tormentoni, non cerca il featuring col rapper del momento che compare anche nelle pubblicità dei profumi genderless. Fa semplicemente soul adulto, sofisticato e sentimentale nel modo giusto. (Adaja Inira)

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