Daniela D’Angelo con l’album «Petricore»

Quando la musica italiana polverizza i confini e li annienta.

Quando la musica italiana polverizza i confini e li annienta. Quando anche la comprensione, che in genere distrae dall’amalgama intera del suono, diviene parte integrante della narrazione. Peccato che la timbrica di voce si attesta comunque su di un terreno di caccia ampiamente battuto.

Se Daniela D’Angelo avesse avuto anche un voce particolarissima, beh la frittata sarebbe riuscita a pieno. Ma pignoleria schizzinosa a parte, Petricore è un esordio decisamente interessante e privo di riferimenti “normali” su tutti i fronti. Dal suono condotto per mano da Vito Gatto che è il punto forte di tutte le soluzioni di questo lavoro.

In bilico tra digitale e acustico, alla ricerca sempre di forme sghembe nei ricami di drumming, anche quando la scrittura mostra aperture dolcissime in maggiore e non si vieta di ricorrere al santo pop (come accade per l’inciso di Nel modo giusto), il disco sfoggia una personalità davvero importante.

E brani come Suppergiù mi traghettano dentro il glam inglese dove campeggia l’immagine degli Eurythmics, tanto per citarne alcuni. E che belli sono gli arrangiamenti di questo brano, e che bella la scrittura che ha forza già dentro le strofe. E poi Alibi mostra quella sospensione di un dream pop che sembra evocare stazioni urbane di una Berlino, lasciando all’inciso il carattere di riverberi e suoni reverse a dimostrare ancora una volta quale grande forza ha questo disco dentro la sezione ritmica.

E qui però l’italianità si fa sentire, forse proprio nelle dinamiche di voce della D’Angelo che richiama tanto di conosciuto. Pausa acustica per il disco con Esercitazioni e se da una parte questo brano rompe le attese e rompe anche questo mood di trasgressione e ricerca cadendo dentro il cesto grande delle tante proposte italiche, dall’altra lascia al disco un respiro che davvero serviva, come se fosse una pausa dalla lunga corsa. E a proposito di disegni ritmici, di aperture maggiori, di sensazioni islandesi e di poca abitudine al pop, ascoltate L’idea dentro cui penso si trovi il più alto momento artistico di questo disco.

Altri due brani prima della fine, non andiamo oltre, molto dovrete scoprirlo da voi. Le recensioni in fondo dovrebbero solo mettere la pulce nell’orecchio e questo Petricore unisce a sé l’arte e la filosofia, l’estetica e la ricerca. Un disco prezioso davvero che la musica italiana richiede ogni giorno per svecchiarsi senza quella presunzione di inventarsi cose ma solo con la magica e salvifica potenza di essere liberi. (Alessandro Riva)

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