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Intervista a Gilda Policastro (2011)

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Intervista di Stefano Bon
Gilda Policastro è italianista e critica letteraria. Ha pubblicato due monografie e saggi di teoria e critica letteraria su vari autori, tra cui Dante, Leopardi, Sanguineti, Pasolini. Redattrice della rivista “Allegoria”, collabora con le pagine culturali de “il manifesto”, “Alias-laTalpaLibri”, “Alfabeta2”. Sue raccolte in versi sono state pubblicate in Poesie dell’inizio del mondo (premio Antonio Delfini 2009), nel Decimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010) e nella plaquette La famiglia felice (premio Mazzacurati-Russo, 2009, edito da d’if). Nel 2010 ha pubblicato il discusso romanzo Il farmaco (Fandango), finalista al Premio Bergamo. Nel 2011 pubblica con Transeuropa il libro in versi (con cd allegato) Antiprodigi e passi falsi, realizzato in collaborazione con il clarinettista e sassofonista Massimiliano Sacchi.

Si può dire che vieni dalla “poesia” ed in linea di massima, si può venire da “qualcosa” o sono solo comode dichiarazioni per inquadrare un’artista?
No, si può dire tranquillamente. Nel senso però che dalla poesia vengo, e lì intendo rimanere: se per poesia s’intende un modo di stringere le percezioni in una ritmica significante e comunicabile, un’attitudine, cioè, a pensare le cose con una cadenza e un andamento che in qualche caso può portare a ‘’voltare’’ (versus poi vuol dir questo, etimologicamente) la scrittura da una riga all’altra, per restituire integra nella forma quella particolare modalità sintetica del pensare, e in qualche altro caso (la prosa, ad esempio, del mio ultimo libro Il farmaco) a lasciare un respiro più ampio alla parola, pur continuando ad assecondare quella ritmica interna che nella mia sensibilità estetica è prevalente, rispetto all’esigenza tradizionalmente ‘’narrativa’’ del romanzo. Tutti i poeti, tra l’altro, dicono di avere sempre con loro un taccuino dove annotare i pensieri, che poi rimetteranno in ordine non appena possono. Una poetessa che lavora molto sull’ oralità e la drammatizzazione della poesia come Ida Travi ha raccontato, invece, in un’occasione pubblica recente, di imparare a memoria i suoi versi ancor prima di scriverli: un modo per essere sempre in contatto con la propria percezione delle cose ma anche, al tempo stesso, per renderla comunicabile, dal momento che la poesia ‘’detta’’ in pubblico ha un impatto molto più forte, evidentemente.

Comunicazione. Pubblico. Due parole pericolose di questi tempi. come ti poni tu nei confronti di entrambi?
Non provo alcun interesse per la comunicazione nell’accezione dei media, cioè per una forma di trasmissione dei contenuti che passi attraverso la loro inevitabile banalizzazione o semplificazione. Infatti non credo di aver usato mai l’aggettivo ‘’comunicativo’’, bensì ‘’comunicante’’, che è tutt’altro. Comunicare in un’accezione originaria, non televisiva o giornalistica, è in qualche modo condividere qualcosa, e in questo senso ne sento, sì, la necessità. Così come il termine ‘’pubblico’’, che ha assunto ancor più della comunicazione un’accezione televisiva. Tornando alla poesia, ci fu una celebre antologia, negli anni Settanta, che esaltava il valore del “pubblico della poesia” contro quelli che erano ritenuti gli eccessi intellettualistici del Gruppo 63 e dintorni. Io sto più col Gruppo 63 che col Pubblico della poesia, se devo scegliere.

Però sei molto attiva sul web, utilizzi sistemi come FB per portare avanti, se posso dirlo, una “tua” visione della letteratura in generale, con una forte vis polemica. Anche questo è “pubblico” non trovi? E come rapporti questi mezzi velocissimi con qualcosa di antichissimo come la poesia?
Sì, e proprio nel web, infatti, ricevo spesso l’accusa di essere ‘’elitista’’, di promuovere e praticare una letteratura in partenza destinata a pochi, salvo poi lamentare, nella mia attività critica e di polemista sui giornali, l’appiattimento del mercato editoriale attuale e l’omologazione delle proposte e delle aspettative correnti. è una contraddizione su cui sto riflettendo, se di contraddizione propriamente si tratta, e non di un segno dei nostri tempi. la poesia, poi, è veramente un mondo che mal si concilia con l’immediatezza del web e la logica feisbucchiana dell’ ‘’I like’’ estemporaneo, coi giudizi espressi, magari, in virtù della simpatia personale per il singolo poeta, piuttosto che dopo un meditato esame del suo lavoro. anche se non nego che esistano realtà molto serie e valide, intorno alla poesia, come il sito di Absolutepoetry diretto da Lello Voce, in cui si trovano spesso dei materiali altrove irreperibili di grandissimo interesse, o anche alcuni blog o profili Fb di singoli poeti che utilizzano lo spazio pubblico non solo in senso autopromozionale, com’è tipico, in generale, degli scrittori nel web, ma per avviare una riflessione su alcuni temi attuali, come, ad esempio, lo spazio ‘’Parla con lei’’ di Maria Grazia Calandrone in cui qualche tempo fa si avviò una discussione sulla posizione delle donne nel campo culturale oggi. Purtroppo il limite del web è che il dibattito si concentra in un lasso di tempo brevissimo, entro il quale magari è anche molto vivace, ma con rischi ed effetti di deriva altrettanto rapidi e inaggirabili, almeno nelle condizioni attuali.

Per quanto riguarda il fatto di essere “elitista” ma non elitaria, si arriva al tuo “Farmaco” un romanzo cui, se ho capito bene, ti interessava averlo scritto, ma la sua eventuale pubblicazione ti era indifferente. Quando poi è uscito l’hai difeso strenuamente.
no, in realtà non l’ho difeso poi molto, perché per fortuna ha avuto subito una recensione illuminata come quella di Andrea Cortellessa sulla Stampa, e poi altri pareri positivi di critici che stimo, che mi hanno piuttosto confortata. Misurarsi con la narrazione ‘’venendo’’, come dicevi tu, da altri ambiti, in Italia è ancora una prova durissima: la critica e la poesia quasi non esistono negli scaffali delle librerie, e cominci a essere considerato un autore solo se scrivi un ‘’romanzo’’. Un’ansia che sentì persino Sanguineti quando scrisse Capriccio italiano, dopo aver esordito come poeta e critico. Piuttosto, ho difeso l’ambito entro cui mi piace venga collocato, che è la prosa, non la narrazione come si dice oggi ‘’pura’’. Alla quale, peraltro, sono scarsamente interessata, perché non ritengo sia particolarmente complicato, anzi, mi pare sia alla portata di qualunque studente di un master di scrittura inventare una trama, dei personaggi, uno sviluppo, una conclusione. Molto più arduo è dire qualcosa, e dirlo attraverso una lingua nuova, diversa tanto dal parlato che dalla lingua ‘’letterariamente’’ impostata (ma più impostura, che letteratura, direi). Ecco, tra le molte cose che si sono dette sul mio libro, positive o negative che fossero, quella che mi ha maggiormente convinta è proprio che si tratta di un libro non paragonabile ad altri, anche se è debitore invece a molte letture, insieme a molte esperienze raccolte negli anni, mie e altrui.

Infatti il Farmaco è stato per tutti un’esperienza scomoda nella lettura, forse perchè non trova paragoni immediati e qualcuno sembrava dire “ma cosa vuole questa Policastro? come se fosse offensivo distinguersi. A parte la critica, più o meno illuminata, qual’è stato il rapporto con i lettori ed in generale qual’è il rapporto con il tuo “pubblico”?
Il rapporto con i lettori è stato molto vario: in generale, anche se non amo i distinguo di genere, devo dire che la reazione delle donne è stata più partecipe, più attenta alla varietà dei temi e, com’era ovvio, alla complessità di quelli più specificamente legati al femminile, ad esempio il rapporto con la funzione materna se non con la maternità vera e propria. Le reazioni dei lettori cosiddetti comuni mi hanno in molti casi sorpresa: ad esempio gli studenti di un istituto superiore cui ho presentato il libro insieme a una loro insegnante, sono stati finora il ‘’pubblico’’ più curioso e incalzante. La loro insegnante mi aveva confessato un’iniziale sua perplessità nel proporre a ragazzi così giovani una lettura decisamente impegnativa e ostica, da molti punti di vista, ma devo dire che le loro domande più che palesare un turbamento rispetto a episodi del libro variamente legati alla sessualità, erano più orientate a ‘’smontare’’ la visione cupamente pessimista che a loro pareva emergere dalla ‘’storia’’ nel suo complesso. ‘’La vita è anche bella’’, mi dicevano questi 17enni che si sono mostrati più maturi di lettori adulti e pruriginosi, che hanno avuto spesso come unica curiosità nei confronti del Farmaco appurare quanto della materia più scabrosa fosse frutto della mia immaginazione, e quanto, invece, della mia esperienza reale. ‘’Un libro troppo pessimista’’ detto da un giovane in formazione mi pare certamente più incoraggiante e sensato di ‘’un libro sulla fellatio’’, dettomi da un sedicente lettore colto pluricinquantenne. Questo mi pare un ottimo spunto di riflessione per chi abbia perso fiducia nella scuole e in generale nelle istituzioni formative: è ancora lì che si formano il pubblico, i lettori, e il senso di una comunità non solo letteraria.

Ecco, hai mai pensato o addirittura hai avuto riscontri diretti, di correre dei rischi trattando argomenti “scandalosi” o per meglio rendere l’atmosfera culturale italiana, “pruriginosi” e finire nel vortice alla “100 colpi di spazzola”?
Il mio non era il diario (studiato ad arte da un editore o scritto ‘’realmente’’ da una 16enne non importa) di un’iniziazione sessuale libera e irrequieta, ma la narrazione dello ‘’scandalo’’ della malattia che degrada e avvilisce il corpo: corpo dell’individuo e corpo sociale (la malattia del libro riguarda infatti non solo i singoli soggetti ma le istituzioni del vivere insieme, dalla coppia alla famiglia, come ho avuto occasione più volte di ripetere). Non ho mai avuto nessun timore in questo senso, perché credo di aver raccontato tutto quello che mi premeva con grande onestà, tanto più che ho abbracciato l’ottica dei carnefici, cioè del cinismo dei medici e non quella vittimistica e ricattatoria dei pazienti. Certo, ero consapevole della difficoltà del Farmaco di farsi comprendere o accettare nella sua più vera natura di ‘’medicina’’ amara e terapeutica (per me lo è stato), insieme. Secondo me la repulsione di alcuni lettori nasconde anche questo rifiuto inconscio, di sentir parlare di eros e thanatos in certi termini. Oltre che, naturalmente, al gusto per le storie lineari, che abbiano uno sviluppo canonico e prevedibile. A distanza di quasi un anno dall’uscita del libro posso senz’altro dire che probabilmente scriverò cose diverse, forse in astratto ‘’migliori’’, ma nessun altro mio libro potrà avere la stessa equlibrata combinazione di quelli che Arbasino chiamava il ‘’piano umano’’ dell’esperienza e il ‘’piano disumano’’ della letteratura.

L’ambientazione ospedaliera era dunque la migliore possibile per raccontare questo degrado, è possibile fra le pagine cogliere anche una parte di denuncia sociale? Come certi ambienti (ospedali, prigioni, scuole) siano disumanizzanti o era una cosa che non ti interessava?
Sì, credo mi interessasse il campo di relazioni umane e ‘’disumane’’, ma più sul piano delle dinamiche psicologiche che su quello della denuncia sociale. E, dici bene, m’interessava proprio il campo di relazioni legato ad ambienti costrittivi come quelli che citi (c’è un riferimento alla caserma in cui lavora uno dei personaggi, ad esempio), in cui il ruolo porta con sé inevitabilmente caratteristiche connesse al dominio o alla sottomissione, e non perché tali caratteristiche siano ‘’naturalmente’’ presenti nell’individuo, ma perché l’adattamento a quel determinato impone che vengano acquisite, ed è una dinamica tra l’altro sempre molto mobile, in cui non si è mai in un certo modo in via definitiva. In fondo, era proprio questa possibilità di fluttuazione e rovesciamento ad attrarmi, insieme all’idea che dietro la cattiveria o il cinismo di certi ambienti e di certi ruoli ci fosse non una sofferenza individuale ma una necessità complessiva di equilibrio e sopravvivenza. Un po’ come quando Leopardi dice che la natura non può curarsi della sopravvivenza del singolo ‘’esistente’’, ma deve badare alla preservazione dell’ ‘’esistenza’’. Ecco, il mio ospedale è un po’ un banco di prova di tutto questo, non è certo un ospedale reale in cui ambientare una qualunque vicenda di malasanità, perché questo non è compito dello scrittore, ma del reporter.

Nonostante tu distingua (giustamente) il reporter dallo scrittore, l’ambiente medico è descritto con precisione, non avendo, credo, tu una formazione scientifica, come hai affrontato l’argomento e come ti sei preparata?
Preferirei rispondere in modo indiretto, questa volta. Con un giudizio tra i più lusinghieri che io abbia ricevuto finora: viene da un critico d’arte, Stefano Chiodi, che durante una presentazione del libro ha paragonato il trattamento dei dati sensoriali nel Farmaco alla percezione che Duchamp definiva ‘’infrasottile’’: così, di un malato in un letto d’ospedale, diceva Chiodi, si sono resi gli umori attraverso impressioni come le lenzuola sgualcite o l’eco del ronzio di una mosca o gli odori dei disinfettanti nelle stanze. Dunque credo di aver reso l’ambiente medico con precisione solo in questo senso: non raccogliendo e accumulando descrizioni, documenti o dati ma impressioni, e cercando di restituirle nel modo più letterario possibile, cioè in un modo realmente condivisibile.

Hai detto di aver fatto tuo il punto di vista del “carnefice”, infatti dietro le parole de “Il farmaco” pare esserci una sorta di rancore. Lungi dal chiederti della tua vita privata, questo tuo romanzo può essere considerato un tuo messaggio, o grido, se non contro qualcuno, contro qualcosa?
Può darsi che dentro il Farmaco, in mezzo a molte altre cose, io abbia soffocato anche un ‘’grido’’, e ora che me lo dici, mi rendo conto di non averci mai pensato prima. Anche perché mi pare di poter dire che lo stato d’animo prevalente durante la stesura del libro non fosse tanto la ‘’rabbia’’, atteggiamento di cui già Pasolini, tra l’altro, rilevava l’assenza nella nostra narrativa, quanto, piuttosto, un desiderio di condivisione, o, se proprio devo far riferimento a una condizione biografica, un’incapacità di portare un certo fardello da sola…ma senza andare troppo in profondità, posso dire che quando i giovani studenti di cui parlavo prima rimproveravano al mio libro un eccesso di pessimismo, pensavo con invidia (un’invidia ‘’buona’’, non rancorosa, diciamo nostalgica) che si trovano in quell’età in cui ci si può ancora permettere di pensarlo, perlomeno i più fortunati, un’età in cui si sono avute magari ancora rare occasioni di confrontarti con i temi più dolorosi dell’esistenza.

Nel Farmaco i personaggi sono molto forti, ma più per ciò che succede, per come vengono presentati, sembra quasi di poterli “toccare”. L’ossessione del corpo o nel suo disfacimento o nella sua esaltazione fa parte di questa epoca, tu cosa ne pensi?
Non credo che ci sia questo tipo di dimensione ‘’tattile’’, nel Farmaco, dove, anzi, ogni volta che compare il corpo nell’atto di essere toccato, pulito, ‘’adoperato’’, violato in qualche modo, si entra in una dimensione dai contorni non nettissimi, che oscilla tra delirio psicotico e onirismo. Questo, come ho detto tante volte, non lo dico per una sorta di autocensura a posteriori rispetto a certi temi, ma perché credo di non aver poi tutto sommato insistito troppo sulla centralità del corpo nell’esperienza, e di aver piuttosto battuto sul dolore e la sofferenza di queste vite (quelle dei miei personaggi, intendo) segnate da una carenza o da un eccesso. Dall’impossibilità di amare, poi, alla fine, come ha suggerito il mio editore, scrivendo la quarta di copertina (perché non è sempre vero, come alcuni pensano, che a scriverla sia l’autore…): ‘’Il Farmaco sarebbe l’amore, se esistesse’’, è una formula un po’ semplificante, ma che rende bene l’idea, mi pare.

Quindi questo mondo, questa società, mettila come vuoi è segnata dall’impossibilità di amare o è proprio nella nostra natura?
Una parte di questa impossibilità è ontologica e fortemente connessa al nostro essere animali egoisti, se è vero che l’amor proprio soffoca qualunque altro tipo di amore e ci impedisce di uscire fuori da noi stessi per ‘’incontrare’’ realmente l’altro. L’altro nella sua alterità, senza trasformarlo, via via, in una proiezione, o in una spugna, uno specchio, una stampella, un recipiente dei nostri bisogni o dei nostri deficit. Mi è capitato anche di recente di aver a che fare con persone apparentemente molto aperte e pronte allo scambio affettivo (di relazione, amicale etc.) e invece poi talmente concentrate su loro stesse dal dare comunque priorità all’io, considerandolo, chissà perché un motore degli eventi cosmici o una misura della realtà. ‘’Io ho detto, io ho fatto, no, perché io invece’’ etc. E c’è senz’altro un ostacolo in più in un’epoca così fortemente dipendente dalla virtualità. Nel Farmaco ho raccontato, tra l’altro, il fenomeno delle chat anche per dar conto di questo tipo di realtà: in effetti nemmeno questa nuovissima, nel principio di base, che è quella sorta di amplificazione dei sentimenti dovuta all’assenza della persona reale, l’amor de lonh della tradizione cortese, se vogliamo. Un’assenza che alimenta il pensiero di immagini più vere del vero, e può scatenare passioni reali anche in totale assenza di un inveramento, ossia di un incontro reale. Si tratta di esperienze attraenti, quanto pericolose e anche di questo, credo, si abbia tutti più o meno esperienza, nella nostra generazione.

Proprio in rete, tornando per un attimo alla critica letteraria, hai sostenuto posizioni forti anche sul fatto che molti si improvvisano critici, mentre servirebbe un bagaglio culturale e detto così pare scontato, ma in Italia non lo è. Ora a che punto è la critica, tutti dicono che è morta, ma poi in troppi ne vogliono far parte.
La rete ha avuto l’indubbio merito di rivitalizzare il dibattito letterario, che in Italia era sonnolento se non dato per agonizzante da un paio di decenni almeno. Il problema è che non si trovano sempre interlocutori all’altezza di sostenere un vero dialogo, in rete, e più spesso individui o gruppi di persone che si esprimono in nome di un risentimento personale o che agiscono seguendo quella che Lanier ha definito la ‘’logica del branco’’. Posso dire però che almeno generazionalmente sono, rispetto ad altri critici cosiddetti militanti, meno ostile alla rete, anche di quanto non lo fossi io stessa inizialmente, tra l’altro. Credo di aver dato qualcosa al dibattito in rete (investendoci tempo, energie e portandovi il mio bagaglio di esperienze culturali – la formazione accademica, la militanza nelle riviste e sui supplementi dei quotidiani), ma certamente di aver appreso qualcosa a mia volta. Non però l’esigenza ‘’comunicativa’’ su cui insistono molti internauti: la critica letteraria ha ancora bisogno di analisi complesse e non di banalizzazioni funzionali alla divulgazione. Su questo rimango piuttosto ferrea: è chi non conosce alcuni codici specifici a dover fare lo sforzo di entrarne in possesso, non il contrario (cioè che chi li abbia già acquisiti debba quasi vergognarsene, nasconderli o ‘’abbassarli’’ alla comunicazione di massa).

Cosa mi puoi dire di Generazione TQ, di cui si parla molto in questo periodo?
I TQ, con tutte le riserve del caso, sono un movimento cui ho aderito dalla prima ora con entusiasmo. Innanzitutto proprio per la motivazione contraria all’attacco che muove oggi Busi al movimento dalle pagine del Corriere: noi trenta-quarantenni non viviamo ‘’incollati a uno schermo’’, ma abbiamo deciso di vederci, incontrarci, guardarci in faccia, dopo, effettivamente, un decennio in cui pareva che la nostra generazione fosse stata totalmente virtuale, e non solo nel senso dell’utilizzo pressoché esclusivo dei mezzi informatici, ma soprattutto per un potenziale che la società produttiva stentava (e stenta tutt’ora) a riconoscere e integrare. Una generazione che debba autoproclamarsi tale, al di là di qualunque altra considerazione di merito, è un fatto storico-politico di indubbio interesse, a prescindere dalle forme, dai contenuti, dai metodi e dai linguaggi. La mia adesione, poi, è diventata ancora più piena e convinta a partire dalla definizione più chiara di un indirizzo ideale, se non vogliamo dire ideologico, che vada nella direzione della tutela della cosiddetta ‘’bibliodiversità‘’, cioè dell’esistenza di diverse ‘’specie’’ non omologate e non seriali, all’interno del mercato editoriale attuale, e che però non godono delle stesse opportunità, nello stato di cose vigente. Inoltre, la funzione di osservatorio delle ‘’cattive pratiche’’ mi pare comunque una rivendicazione più che meritoria, in un mondo gattopardesco come quello italiano in cui niente cambia, anche se apparentemente l’evoluzione delle forme è molto veloce e continua.

Sai ora che strada prenderai, se hai in mente qualcosa o seguirai l’istinto visto anche una certa casualità del “Farmaco”? In pratica: cosa farai in futuro?
Non credo che il Farmaco si possa considerare ‘’casuale’’, dal momento che viene da un lavoro di anni, non necessariamente legato alla stesura delle singole parti, ma a un lavoro complessivo sul tema della costrizione e della dipendenza nelle relazioni affettive, oltre che sul corpo, sul suo avvilirsi per cause naturali o indotte, fino al deperimento e alla sparizione definitiva. Credo che continuerò a lavorare su questi temi perché le ossessioni non sono tanto facili da estirpare…scrivo, e continuerò a scrivere in tutti gli ambiti, quello sì, perché è la mia forma di condivisione e di interazione col mondo, rispetto al quale, in forme più dirette e meno mediate, sento una maggiore disarmonia. Per un temperamento ‘’incendiario’’ come il mio, la scrittura è comunque una zona di maggior riflessione, che impone una verifica e un’attenzione maggiore di quanto non avvenga nel dialogo verbale: un modo per disciplinarsi, e per incontrare gli altri nella forma migliore.

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