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Mosquitos – Electric Center (2003)

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Un pizzico d’amor di patria non guasta mai, soprattutto quando ci si accorge che in giro ci sono formazioni semplici e di chiara onestà intellettuale come i Mosquitos, abili nel consumare – attraverso trasfigurazioni sonore rigonfie di feedback e passaggi di forma-canzone – il fuoco di un’autentica passione, quella per il rock’n’roll. L’effetto prodotto prende il nome di Electric Center – terzo CD della band frusinate dopo i precedenti I Only Use My Gun Whenever Kindness Fail (1999) e The Sophomore EP (2000) – un delizioso turbine di emozioni in cui le tiepide allucinazioni del paisley underground si mescolano gradualmente, ora con fiotti psichedelici, ora con penetranti vagiti elettrici e, talora, con motivi di pop d’autore imbrattato di new wave. L’album traccia un percorso immaginario – da Los Angeles (il cuore) a New York (il cervello) – che scava nella memoria e nelle coscienze, sconquassando il cervello e realizzando stati d’esaltazione frammisti a lampi d’estremo torpore: un lungo viaggio che unisce i Dream Syndacate ai Velvet Underground. E così nascono dischi come Electric Center, capaci di custodire antichi segreti, canzoni lo-fi e armonie dalle moderne propensioni. I vuoti elettrici di “In Mid Air” e le cadenze ritmiche di “Wounds”, scandite da un disciplinato e puntuale Fabrizio Gori, ricordano i Calla; le estensioni temporali di “The Flowers and The Story Stacks” portano alla mente essenze slow-core alla Low; mentre “Carcrashair” e “Ten Pictures Reversed” sono deliranti e tracimanti composizioni alt. country. “The Inarticulate Speech” è una sorta di brano alla Grandaddy, meno melodico e abbondantemente visionario, dove si snodano i morbidi accordi di tastiera dell’unica donna del gruppo (Simona Fanfarilli) e, poi, c’è la devastante “Heartcake”: una cascata di suggestioni che fa trepidare lo spirito e il muscolo cardiaco, praticamente un sogno che diventa realtà e che si propaga attraverso le vigorose linee di basso di Gianluca Testani. La voce di Mario Tartufi, che è anche il solo chitarrista, è davvero singolare: in canzoni come “Trash Picking Hours” sembra accostarsi a Paul Banks degli Interpol, invece, con “Solvency” pare approssimarsi a quella di Thom Yorke dei Radiohead (unico riferimento inglese di tutta la recensione!). Se provo a fare un salto indietro con la memoria, simili eccitazioni – così cariche di background – sono rinvenibili soltanto nelle lontane produzioni dei senesi Funhouse (1989) e dei catanesi Flor de Mal (1991). Ora, però, ci sono i Mosquitos e l’America, una volta tanto, non è mai stata così vicina a casa mia. Che Dio li benedica! (Luca D’Ambrosio)

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