David Lowery – The Palace Guards (2011)

Composizioni che Lowery ha scritto e collezionato lentamente nel tempo, lasciando che venissero fuori da sé, senza alcuna fretta, fino a raccoglierle in questo disco.

Una certa classicità nonché un certo amarcord pare che di questi tempi ci abbiano stregato, facendoci perdere – semmai l’avessimo avuta – quella verosimile obiettività nell’individuare le migliori uscite discografiche dell’anno da parte soprattutto dei nuovi musicisti.

Prima Marianne Faithfull con Horses and High Heels e adesso questo esordio da solista di David Lowery (già chitarrista e cantante dei Camper Van Beethoven), sembra quasi essere caduti in una specie di elogio della vecchiaia.

Una sorta di circolo per vecchi rocker nostalgici che si ritrovano davanti a un bicchiere di spremuta d’arancia (o, volendo eccedere, di gassosa) a riesumare i ricordi, soprattutto i rimpianti, di un tempo oramai passato e con la solita espressione cartacarbone: “Certo che la musica di una volta era tutta un’altra cosa”.

A onore del vero però le cose nel nostro caso non stanno affatto così perché di roba nuova, grazie a dio, ne ascoltiamo molta, anzi, talvolta anche troppa.

Qual è allora il motivo che ci spinge a riconsiderare, spesso e volentieri, certi gruppi e certe band di una volta che si affacciano sul mercato indie rock con la loro “alternativa classicità”? Sicuramente uno dei motivi principali, se non forse l’unico, è che negli ultimi tempi non riusciamo a trovare niente di così entusiasmante in grado di catturare la nostra attenzione e che non sia falsamente moderno o innovativo.

Ecco quindi che, gira che ti rigira, ci ritroviamo per l’ennesima volta a parlare di un lavoro nuovo ma mainstream quale appunto questo The Palace Guards di David Lowery. Un album che riesce a regalarci emozioni davvero uniche attraverso un sound tipicamente americano che mette insieme (country) folk e rock e che all’occorrenza risulta essere tanto intimo e profondo quanto travolgente.

Provate per esempio a mettere su Raise ‘em Up on Honey, The Palace Guards, Deep Oblivion, All Those Girls Meant Nothing to Me oppure ancora Big Life con alle tastiere il compianto e mai dimenticato Mark Linkous, e vi accorgerete di quanto sia difficile scrollarvele di dosso. Canzoni che vi resteranno appese nell’anima per molto tempo, che trasudano romanticismo, energia e che all’occorrenza sanno essere perfino ironiche.

Composizioni che Lowery ha scritto e collezionato lentamente nel tempo, lasciando che venissero fuori da sé, senza alcuna fretta, fino a raccoglierle in questo disco. Ovvio che non siamo qui a gridare al miracolo, ma se credete in quel che scriviamo, The Palace Guards è quanto di più indipendente e alternativo ci sia capitato di ascoltare recentemente. Più di un qualsiasi album “indie qualcosa”. Parola di Musicletter. (Luca D’Ambrosio)

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