Recensione: The Cure – Disintegration (1989)

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Il 2 maggio del 1989 nei negozi di dischi, un tempo affollati e pieni di materiali sonori, vedeva la luce Disintegration dei Cure. Usciva in primavera, e per chi come me conosce le primavere del Regno Unito, il sole spesso lascia il posto alla pioggia. Prendere tra le mani la copertina fu ai tempi, per chi era già immerso nel mondo di Robert Smith, un mondo fatto di paura, litigi interni e droghe, ma con un tono di positività. Se il passato aveva consegnato al pubblico dei prodotti giovani e cupi, Disintegration suonava maturo, risoluto e ben indirizzato. L’orientamento è il pop, ma prima di raggiungerlo, le tracce ti portano in un mondo “psichedelico”, non più dark e così plumbeo. Le fragilità del gruppo, sfociate nell’allontanamento dello storico batterista Laurence “Lol” Tolhurst, e le fragilità personali di Smith, mescolate alla paura di invecchiare e di prendersi le responsabilità, disegnano un contorno in cui nasce e prolifera la Disintegrazione con il passato che, tuttavia, non a nulla a che vedere con quello musicale. Sintetizzatori e tastiere sono attori principali di questo percorso, con la voce di Smith a tratti sussurrata e commovente che rincarano la dose dando vita a un album dal sapore pop/dark/psichedelico suonato con grande efficacia. Lovesong è l’amore, quell’amore spesso rinchiuso e ovattato, per paura di uno scontro, di un rifiuto. Una brano che segna l’apice di una maturazione stilistica e compositiva, nonché il passaggio al mondo adulto. Lullaby racconta con delirante scrittura visionaria la paura dei ragni, un lento ma lucido racconto preso in prestito da memorie Kafkiane. Molte le critiche e molti gli apprezzamenti nel 1989, segnale che i Cure riuscivano sempre a far parlare di sé.

L’intento di Robert Smith era pienamente centrato: consegnare ai fan delle pietre miliari, riempire di verità e di sincerità le canzoni, destabilizzare il manistream, la critica e il purismo intellettuale. In The same deep water as you il “barocco” sposa le chitarre graffianti. Il barocco come cultura è l’ombra di questo lavoro in cui il cerchio lascia il posto all’ovale, alla linea curva, modificando quindi percorsi compositivi ed equilibri, generando molteplici effetti, proprio come nei suoni di Disintegration. Nel barocco domina forte il senso di teatralità che spinge talvolta l’artista al dramma espressivo e all’esuberanza. Proprio questa forza consegna al pubblico una totale composizione artistica: un album che suona teatrale come pochi nella storia. È la storia di Robert Smith. È il suo atto unico. È l’atto di una delle band più importanti della storia del Regno Unito, e non solo. È l’album di tanti di noi, di tanti nostri fratelli maggiori, di tanti nostri figli, e sono sicuro che sarà l’album di tanti nostri nipoti. Disintegration è un totale intreccio sonoro, narrativo e teatrale. Riascoltandolo oggi, piaccia o meno, dark o non dark, l’elemento preponderante è uno: non è solo un’opera personale di Robert Smith, ma è lo specchio di tante nostre vite. Passate, presenti e future. (Giovanni Aragona)



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