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Recensione: Lohren – Felici di niente (2016)

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Come buttare la bussola e iniziare a correre a occhi chiusi ovunque si voglia. Di certo il fiuto mi da qualche punto di riferimento. Ma poi basta poco per impattare su qualcosa che mai avrei pensato di trovare. Ed è così che se banalmente l’opera si apre con una Intro, altrettanto in modo geniale d’un tratto, in un mare di pop elettronico moderno, arriva Malalaika di Fadhili che fa seguito al secondo strumentale del disco The Larch molto ispirato a un certo Moby e fa da apripista alla successiva Paralisi con cui l’ascolto torna alla coerenza iniziale.

Il duo romano dei Lohren sembra quasi aver sfogato ogni cosa ed ogni arma in possesso sul loro disco d’esordio prodotto e confezionato da Luigi Piergiovanni della Interbeat. Un vero concentrato di passione, di idee lasciate randagie, eterno questo foglio bianco da riempire ora e farlo decisamente a caso, almeno così sembra… Ecco spiegati, forse, i colpi di scena, le rivoluzioni di stile, le inaspettate decorazioni. Il jazz è sottilmente protagonista nel background del tutto, il beat digitale e le programmazioni sono decisamente forti e incisive nelle loro melodie mai scontate, interessanti sentori di blues nel singolo Oggi no, forti tinte noir con tanto di tromba metropolitana da immaginarsi nel fumo stradale in Insonnia, nostalgiche sensazioni anni ’80 che richiamano alla mente anche un certo periodo cinematografico di un amore perduto quando suona la bellissima Amore e Psiche e così via… I Lohren hanno fatto i compiti a casa, troppo confezionati e molto poco dannati per le mode del momento di questi tanto celebrati vip della scena indie. Di sicuro, la bellissima Giulia Lorenzoni, è fin troppo intonata per gareggiare con chi canta a vanvera oggi nei successi della scena. (Alessandro Riva)



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