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Nara Gavioli ci racconta la storia de «Le Scimmie» (1966-1974), forse la prima rock band italiana di sole ragazze.

Le Scimmie sono state (forse) la prima formazione rock in Italia di sole ragazze. Attive dal 1966 al 1974, la band di Modena ha calcato i palcoscenici di tutto il Bel Paese. A parlaci della loro storia è Nara Gavioli, bassista, cantante nonché fondatrice del gruppo.

Nel 2019 Edizioni Artestampa ha pubblicato un interessante libro dal titolo Note ribelli. In viaggio con Le Scimmie dall’Emilia beat al rock progressivo, libro che narra la storia della (prima?) formazione rock italiana di sole ragazze: Le Scimmie.

A raccontare nascita, vicende e curiosità della band di Modena tutta al femminile, che dal 1966 al 1974 ha calcato i palcoscenici di tutta Italia, è direttamente Nara Gavioli, bassista, cantante nonché fondatrice de Le Scimmie, alla quale abbiamo rivolto qualche domanda. Buona lettura. (La redazione)

Intervista a Nara Gavioli di © di Luca D’Ambrosio

Le Scimmie

Allora Nara, al di là del tuo interessante libro “Note ribelli”, ci racconti come venne fuori l’idea di mettere su una band tutta al femminile?

L’idea è nata dal desiderio inconfessato e comune a tutti gli adolescenti di cercare risposte a sentimenti e pensieri confusi che riempivano la nostra mente. Un mondo segreto e invisibile al quale non riuscivamo a dare un nome ma che batteva forte assieme alla nostra passione musicale. Eravamo cinque ragazzine che frequentavano la stessa scuola di musica assieme a molti ragazzi che facevano parte dei numerosi gruppi maschili nati a Modena e provincia. Considerato che cantavamo le stesse canzoni e che anche noi ci accompagnavamo con la chitarra o il pianoforte, cosa poteva impedirci di seguire il loro esempio di fare un gruppo, visto che il linguaggio musicale non era un esclusiva maschile. Dovevamo limitarci ad applaudirli solo perché eravamo donne? Ma che ridere! Non ci sentivamo diverse, e dalle canzoni che ascoltavamo uscivano i messaggi che cominciavano a dar forma al nostro sentire. Non sapevamo nulla del movimento femminista ma cogliemmo quella disparità pur non etichettandola per ignoranza. Senza tanti discorsi culturali e no, abbiamo dato voce concretamente alle nostre aspirazioni e al desiderio di essere considerate anche attraverso l’espressione musicale. Pur non avendo talenti artistici da manifestare, volevamo incontrarla ed esprimerla come sentivamo, per accettarla o rifiutarla, certe che quella decisione riguardasse solo noi. La figura femminile nel campo musicale veniva promossa se osservava i canoni di un atteggiamento conforme alle regole. Noi non amavamo essere addomesticate e lasciammo libero il desiderio di formare una nostra band cominciando a parlarne dentro alla scuola. Trovammo sostegno al nostro progetto dall’insegnante Augusta Bononcini, che anche lei da ragazza aveva fatto parte di un gruppo di sole donne fisarmoniciste: Augusta e le Compagne. Appoggiò la stravagante idea con entusiasmo e in poco tempo ci portò sui palcoscenici dei teatri della provincia dando inizio alla nostra storia musicale. Era il 1965.

Quali furono le reazioni iniziali, sia dei familiari che dell’opinione pubblica?

Al nostro apparire sulla scena modenese, la sorpresa e la curiosità suscitate furono straordinarie. I giornali locali e nazionali come Radiocorriere TV, Sorrisi e Canzoni, Novella (che non era ancora “2000”) parlavano di noi, delle nostre esibizioni e dei primi successi. Le famiglie orgogliose delle nostre conquiste ci aiutavano con fiducia, pagando le rette alla scuola di musica e in seguito garantendo le rate degli strumenti acquistati. Figlie del dopoguerra e di famiglie economicamente molto modeste, abbiamo assimilato dal nostro ambiente provinciale, la speranza e la tenacia che ci avrebbero spinto a mettere alla prova le nostre capacità. Quindi niente fughe dalle famiglie ma tanta riconoscenza ancora oggi. La libertà per noi non era l’abbandono del padre-padrone, ma la faticosa conquista di poterci esprimere attraverso la musica, la scoperta dell’autostop che rimediava al fatto di non avere un mezzo nostro di trasporto né tantomeno soldi in tasca. La libertà era l’avventura di interminabili viaggi in treno per suonare a una festa di piazza del Sud o in un locale anonimo e sgangherato, oppure al Piper e in meravigliose balere in riva al mare. Era la conoscenza di persone nuove, come i migranti incontrati sul treno Milano-Lecce che tornavano alla loro terra perché era Natale. La libertà era il mitico Volkswagen T1 che arrivò nel 1969 assieme alla cantante Stella Giorgi, chiudendo così l’avventuroso periodo beat durato quasi tre anni di esperienze e incontri, durante i quali rimanemmo sempre fedeli alla ricerca di noi stesse attraverso l’emozione musicale. Prima della partenza verso paesi nuovi, salutavamo i nostri padri dal finestrino del treno o del furgone e guardavamo le loro mani tese per un ultimo saluto, che agitandosi davano enfasi all’unica regola che invocava la nostra ubbidienza “Ragazze, fate a modo!”. Poi via verso la nostra avventura assieme all’eco di quella raccomandazione piena di ansia e d’amore. Ancora oggi sono convinta che, nel nostro caso, i veri rivoluzionari incompresi dell’epoca siano stati loro e non noi perché suonavamo la chitarra e portavamo le minigonne! Ci hanno dato tanto senza mai chiedere nulla, lasciandoci libere di vivere quel mondo che iniziava uno sconvolgente cambiamento. La sfida e la provocazione brillavano negli occhi dei ragazzi coetanei che avevano dato vita ai numerosi gruppi modenesi e della provincia. Li incontravamo nei negozi di strumenti musicali o di dischi che frequentavamo come loro. Al nostro apparire si sbizzarrivano con battute ruspanti , come andate a fare i “ tortellini”, ma tutto finiva in una risata collettiva che iniziava ad abbattere le distanze che ci avevano tenuti separati per tanto tempo, facendo nascere con disinvoltura i primi timidi approcci. Quando andavamo a spasso vestite con abiti uguali a quelli dei famosi Fab Four, i bottegai si mettevano sulla soglia dei negozi, e scuotendo la testa ci burlavano con le loro espressioni tipiche emiliane. Le reazioni più diverse ci accoglievano quando suonavamo nelle feste di Piazza del Sud, dove la nostra figura se qui era considerata originale, in quel contesto era sconvolgente. Le donne erano le più accanite “negazioniste“ della nostra proposta musicale e non erano per niente solidali, anzi! Al nostro passaggio qualcuna sussurrava a fior di labbra “fimmina scostumata“! Non sapevano ancora che eravamo lì per condividere assieme una libertà che ci apparteneva. I giovani guardavano stupiti e increduli lo sgambettìo nervoso delle nostre gambe fasciate da corte minigonne, fino a quando il più coraggioso si avvicinava ai lati del palco per farci la richiesta della sua canzone preferita. Alla fine della serata ci avrebbero aspettati tutti quanti in gruppo per chiederci l’autografo con dedica.

Che anni erano? Intendo culturalmente, socialmente, politicamente.

Pur non avendo un pensiero politico preciso e determinato avevamo una grande sensibilità verso la società e gli accadimenti dell’epoca. All’avvicinarsi degli anni settanta , tutto assumeva un significato diverso da quello che aveva connotato gli anni del cosiddetto Beat, quando le canzoni piene di speranza e ribellione erano l’espressione di un grande desiderio di libertà. La nostra città vedeva a fianco degli operai, la solidarietà dei suoi studenti come nel resto del paese. Gli stessi ragazzi che dopo aver smesso di fare i rivoluzionari, avrebbero sostenuto il boom economico già in atto da anni contribuendo a rafforzare ulteriormente l’economia di tutta la regione. Quando arrivò l’ansia della Guerra Fredda e di quella del Vietnam, oltre ai numerosi scontri politici e tante manifestazioni nelle piazze, noi eravamo impegnate con la nostra piccola rivoluzione musicale. Inconsapevoli sostenitrici di un cambiamento possibile, il nostro gruppo di sole donne rivelava e testimoniava ai coetanei la possibilità di vivere in modo diverso la propria vita. Poi si avverò il sogno di suonare al Piper di Milano, che ci vide come attrazione il quattro e cinque maggio ’68, regalandoci una delle esperienze più emozionanti e gratificanti in assoluto. L’estate sessantottina invece la passammo sulla Costa Smeralda (poverine!), impegnate al Night Kabuga e in quello di El Fuego di proprietà dell’Aga Khan. Fu in quell’occasione che conoscemmo a Santa Teresa di Gallura una delle prime comunità hippy che viveva nella famosa Valle della Luna. Ci accompagnò l’impresario sardo che conosceva ogni angolo dell’isola. Rimanemmo abbagliate da tanta bellezza mai immaginata. Ci sembrava che in quell’angolo di paradiso tutto fosse più facile e che i pensieri si sciogliessero nel silenzio per unirsi alla musica del mare. Dalla piccola comunità, cogliemmo il rispetto verso l’ambiente naturale nel quale vivevano, e scoprimmo un modo diverso dal nostro di vivere la libertà Intanto Modena identificava il proprio ritrovo di avanguardie artistiche nel famoso Bar “Grand’Italia” dove in pochissimo tempo l’onda del Beat d’oltremanica diede celebrità a gruppi che sarebbero diventati molto famosi come l’Equipe 84, i Nomadi e poco più tardi Francesco Guccini. L’anticonformismo dei ragazzi del famoso bar, anche se esibito con molto snobismo, aveva dato vita a tanta musica, pittura, fumetti, fotografia e poesia. Una grande creatività che diede notorietà e successo ai suoi ideatori. Il mitico ritrovo richiamò dalle periferie più lontane decine di beat capelloni e ragazzine in minigonna, tutti in cerca di allargare i loro spazi per vivere una dimensione nuova e diversa dal passato. Il boom economico aveva modificato l’ambiente cittadino migliorandolo fino a quando gli “ anni di piombo” cambiarono materialmente e moralmente la società che ricadde nel buio del contrasto politico.

Le Scimmie perché eravate (anche) “dispettose”?

Non eravamo dispettose, ma toste e irriverenti sì. Furono le scimmie imprigionate nel piccolo zoo dei Giardini Estensi di Modena a suggerire il nome al nostro gruppo. Eravamo a passeggio lungo il vialetto che metteva in mostra gli animali in gabbia (uno dei tanti peccati gravi dell’egoismo umano), fra i quali tre scimmiette Cappuccino. Al nostro passaggio si aggrapparono alla rete di recinzione come se chiedessero di essere liberate. Non ci fu bisogno di consultarci, bastò guardarci negli occhi per capire che avevamo trovato il nome che non avremmo più cambiato. Nemmeno quando contrariava impresari e gestori di locali o famosi personaggi dello spettacolo conosciuti durante le nostre esibizioni. Tutti suggerivano nomi accattivanti che si addicessero alla figura femminile e che non fossero irrisori, ma noi non la pensavamo così. Quel nome uscito da una gabbia era nostro, ne sentivamo l’urto, l’odore e la diversità, l’attrito e il dissenso che non eravamo mai riuscite ad esprimere con le parole. Certamente uno sberleffo provocatorio e infantile, verso chi derideva la nostra esperienza solo perché eravamo donne.

Avete suonato molto dal vivo. Ricordi un concerto in particolare?

Eravamo già nel 1972 quando cercammo di conoscere meglio l’espressione del rock-prog. La nostra batterista storica Naida Salis di Piombino dopo cinque anni nel gruppo, si sposò cedendo il suo spazio a Roxi Capponi di Montecenere, un paese dell’Appennino Emiliano. Fu Roxi a portarci l’interesse per il rock progressivo, anche se nelle discoteche la disco era già estremamente popolare. Dopo aver conosciuto il gruppo della PFM con il quale suonammo al Nautilus di Cardano al Campo in provincia di Varese, e quello del Banco del Mutuo Soccorso incontrato al Teatro Mediterraneo di Napoli, cambiammo completamente i nostri ascolti che deviarono verso Genesis, Emerson Lake & Palmer, Van der Graaf Generator e tanto altro ancora. Ci impegnammo molto cercando di comprendere la varietà armonica e compositiva della nuova musica e fu necessario prendere qualche lezione. Un impegno ambizioso e difficile da realizzare, ma pur conoscendo i nostri limiti, ci provammo ugualmente a modo nostro. Cambiammo tutti gli strumenti inserendo il famoso Hammond, e ci impegnammo in quella che definimmo la nostra “Opera Rock“. Una composizione che descriveva quattro personaggi che si interrogavano sulle sorti dell’umanità. Terminata la prima parte del lavoro, dopo aver ideato costumi e trucchi, facemmo il nostro esordio in un locale di Latina. Quando i ragazzi ci videro entrare si accovacciarono ai piedi del palco e ai bordi della pista da ballo. I costumi indossati che consistevano in tutine aderenti, mantelli che dalle spalle arrivavano ai piedi e un trucco che cancellava la nostra identità femminile, misero in risalto i personaggi che ognuna di noi rappresentava. Alla fine del concerto, nel quale avevamo inseriti altri pezzi fra quali “Gemini” dei Quatermass, “The Great Gates of Kiev” di Emerson, Lake & Palmer, i ragazzi si alzarono in piedi per regalarci il loro consenso con un lungo e caloroso applauso, una grande gioia mai dimenticata.

Chi vi trovava le date?

I contratti li facevamo con un’agenzia teatrale di Modena denominata ERPIC (Ente Ritrovi Pubblici Italiani) che aveva rappresentanti impresari in ogni region . Attraverso questa rete alla quale erano iscritti moltissimi locali e agenzie, trovammo lavoro in tutto il paese isole comprese. Andavamo spesso anche in Galleria del Corso a Milano (naturalmente in autostop) dove avevamo riferimenti e contatti di lavoro importanti. Così arrivarono richieste dalla Svizzera e dalla Germania dove cantavamo per gli immigrati italiani che ci accoglievano sempre con grande simpatia e calore. In seguito arrivarono contratti con le basi americane, come quella di USA-NATO di Camp Darby nell’area Pisa-Livorno, quella aerea di Aviano in Friuli-Venezia Giulia e quella di San Vito dei Normanni Air Station in provincia di Brindisi. Ci lavoravamo davvero tanto.

Quali erano i tuoi (e vostri) riferimenti musicali e che cosa suonavate?

Uscite dalla scuola nella quale avevamo suonato e cantato solo inediti, grazie all’aiuto di Johnny dei famosi Marines che si impegnò a seguirci per alcuni mesi, costruimmo un nuovo repertorio. Imparammo così sotto la sua direzione “(I Can’t Get No) Satisfaction”, “Lady Jane” e “Ruby Tuesday” dei Rolling Stones, poi “I’ll Go Crazy” e “Something You Got” dei Moody Blues, canzoni degli Animals. Col passare del tempo e diventando autonome, inserimmo gradualmente i successi del momento come “Il vento dell’Est” di Gian Pieretti, “La Bambolina” dei Quelli, “Ora sei rimasta sola” di Ricky Gianco, poi a seguire “Yeeeeeeh!” e “Pensiero d’amore” dei Primitives, “San Francisco” di Scott Mckenzie, “Midnight Confession” dei Grass Roots, “Searching for My Love” di Bobby Moore & The Rhythm Aces, “A Man and Half “ di Wilson Pickett, “I Got You (I Feel Good)” di James Brown, “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum, “People, Let’s Stop the War” dei Grand Funk Railroad (ci faceva impazzire ), “Mony Mony” di Tommy James and the Shondells, “Fire” di Arthur Brown, “Let Me Light Your Fire” di Jimi Hendrix, “Space Truckin” dei Deep Purple, “Travelin’ Band” dei Creedence Clearwater Revival, “Cry Me a River” di Joe Cocker, “L’Isola di Wight” dei Dik Dik, “Paranoid” dei Black Sabbath, “Eyewitness” dei Van der Graaf Generator. E decine di altre meravigliose canzoni. Dal beat eravamo passate al rhythm and blues, grazie alla batterista toscana Naida Salis che ci portò i successi di Otis Redding e Wilson Pickett. Ma amavamo il rock in maniera totale e seguivamo i complessi che più ci emozionavano suonando le cover dei loro pezzi. Nel 1973 iniziammo la nostra lunghissima opera rock mai terminata, che presentavamo ugualmente “cucendola assieme” ad altri composizioni, anche loro cover di fantastiche canzoni rock.

Su Discogs, nella vostra discografia ufficiale, c’è solo un singolo “Colori del futuro/Che vita è” del 1972. È così, oppure avete registrato e pubblicato altre cose?

Sì, è l’unico 45 giri registrato. Non ci piaceva per niente perché non rappresentava il nostro genere musicale. Il testo del lato A risentiva ancora delle vecchie melodie pre-beat più adatte a una cantante che a un complesso. Il lato B esprimeva un timido invito al “ribellismo” (Pensaci, dai/ Ma che vita è stare qui? / Vuoi restare qui per sempre? / Cosa speri di ottenere? / Il rispetto della gente? / Dimmi un po’ che te ne fai / Se resti qui, se resti qui / Tu rimarrai solo deluso). Ci lasciammo convincere per ottenere passaggi in Radio e in TV: Infatti lo portammo al Festival di Pesaro che fu trasmesso in RAI nell’ottobre 1972, al quale partecipammo come ospiti d’onore assieme ai Nomadi. Grazie al 45 giri, registrammo sempre per la RAI, un bellissimo programma condotto da Raf Vallone che si chiamava “Il suo nome per favore”. Un filmato che documentava la nostra vita vagabonda sul furgone e un’esibizione sul palco di una sala da ballo di Napoli. Il disco ebbe passaggi radiofonici in trasmissioni molto seguite come “Chiamate Roma 3131”, “Un disco sotto l’ombrellone” e “Via col Disco”.

Qual è il ricordo più ricorrente di quegli anni (1966-1974) in cui siete state attive?

Il ricordo più ricorrente, oltre ai meravigliosi viaggi, sono gli scherzi che facevamo alla batterista. Non esisteva uno svago e un piacere più grande. Farli a Naida era fantastico perché, pur essendo la vittima, partecipava con grande e ingenua spontaneità. Riuscivamo sempre a sorprenderla, come lasciarla sola davanti a cimiteri isolati dal resto del mondo, oppure farle rischiare di perdere il treno per Piombino appoggiando sulle panchine, i suoi bauletti e valige svuotati dei loro contenuti. Ci divertivamo a nascondere qualche tamburo della batteria convincendola che di sicuro l’avevano rubato. Mille giochi e tante risate.

Dopo il 1974 cos’è successo e perché avete chiuso?

Il lavoro era insufficiente per continuare su quella strada e siamo arrivate fino a metà del Settantaquattro. Non si lavorava perché le sale si erano trasformate in discoteche, per i gestori era un grande affare. Pagavano un bravo DJ al posto di gruppi d’apertura e di attrazioni, e tutto finiva lì. La musica era cambiata. Fu in quel periodo che ci offrirono di andare in America a cantare per le comunità italiane ma coerenti con il nostro cambiamento musicale che sognava il prog, e non ‘O Sole mio, con grande rispetto rifiutammo l’offerta. Sapevamo che una volta tornate non sarebbe cambiato nulla perché la discoteca aveva già vinto. Eravamo stanche e la nostra avventura terminò assieme a quella di tanti gruppi. Non ce lo aveva imposto nessuno, ma siccome suonare era l’unica fonte di guadagno, fummo costrette a trovare un altro lavoro. Fu una decisione dolorosa maturata nel silenzio e nello sconforto che ognuna di noi visse da sola. In due rimanemmo ancora a contatto con la musica: la cantante tornò alla sua vecchia passione operistica nella corale Rossini del Teatro comunale di Modena e io andai in un negozio di vendita hi-fi e dischi, nel quale incontrai il mio futuro marito. Le altre due Scimmie si dedicarono a lavori diversi e in seguito alle famiglie. Oggi facciamo tutte parte degli “Avanzi di balera modenesi“, un’associazione che riunisce noi vecchi ragazzi e ragazze che porta in giro spettacoli come “Woodstock” e “Peace and Love”, riproponendo la musica dell’epoca in teatri e feste di piazza dell’Emilia.

Nel libro che hai scritto si legge che Le Scimmie “sono state forse il primo complesso rock di sole ragazze in Italia”. A distanza di tempo toglieresti quel “forse” o pensi che ci sia stata qualche altra band italiana tutta al femminile a fare pop/rock prima o contemporaneamente a voi?

No, non ci è mai interessato sapere se veramente eravamo state le prime come scrivevano i giornali o le ultime. Non abbiamo mai dato valore a questa classifica, nemmeno oggi. Dalla nostra rottura iniziale nel ’66 quando uscimmo dalla scuola, due Scimmie diventarono “Le gatte” che accompagnarono per un periodo limitato la cantante Ambra Borelli, la famosa Ragazza 77. La nostra batterista di Piombino Naida Salis, aveva iniziato il suo percorso con le Star, Stella Giorgi la cantante entrata nelle Scimmie nel Sessantanove era stata la cantante delle Mini Coopers di Parma. Sapevamo di questi complessi femminili pur non avendoli mai incontrati e conosciuti di persona. Le nostre storie, vissute in modo diverso, sono certamente tutte meritevoli di attenzione. Ad Ancona Stefano Spazzi, grande appassionato e cultore dell’epoca beat, cantante e compositore, ha scritto il libro “Beat in Rosa” che parla di tutti i gruppi italiani di sole donne che hanno lasciato, a loro insaputa, una traccia coraggiosa nel percorso dell’emancipazione femminile. Un riconoscimento a storie musicali rimaste al buio per molti anni che, fatto da un uomo, ho molto apprezzato.

Nel panorama musicale attuale, sia nazionale che internazionale, ci sono artisti che ti piacciono in modo particolare? 

Oggi continuo ad ascoltare Genesis, Deep Purple, Emerson Lake & Palmer, Led Zeppelin, Pink Floyd e tutti i dischi dell’epoca. Mi emoziono e piango perché toccano le stesse corde emotive di quand’ero ragazza. Il mondo è ammalato e ha contagiato anche la musica, che vorrei vedere camminare scalza, svincolata dai nuovi sistemi commerciali che la guidano. Amo i giovani, ma come cantava Bob Dylan in “Blowin’ in the Wind“: Quanti mari deve sorvolare una bianca colomba prima che possa riposare nella sabbia? / Quante volte le palle di cannone dovranno volare prima che siano per sempre bandite? / La risposta, amico mio, sta soffiando nel vento. Appartengo ad una stagione che non da più frutti, ma le tracce lasciate dal suo tempo sono indistruttibili.

Oggi si parla tanto di pari opportunità, soprattutto in riferimento al contesto uomo-donna. Secondo te, stiamo “meglio” o “peggio” di prima. Voglio dire: allo stato attuale c’è il rischio di fare un passo indietro circa i diritti acquisiti?

Per quanto riguarda le pari opportunità credo siano evidenti le libertà e i diritti acquisiti dalle donne. Basta pensare alle nostre mamme e alle disparità impressionanti subite negli anni, per capire che oggi non è peggio ma meglio. I loro diritti conquistati assieme a quelli delle generazioni successive sono stati diritti acquisiti, ma non una volta per tutte! Quindi potrebbero scomparire come dice Vittoria Franco, responsabile nel 2001 delle pari opportunità. Le donne hanno fatto tante conquiste ma tante sono quelle da raggiungere, e sarebbe bello vederlo fare assieme agli uomini per condividerle assieme. Allora sì che sarebbe una vera parità!

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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