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Il viaggio del salernitano Andrea Barone con l’album «Reborn»

Un disco da scoprire e da lasciarsi scivolare addosso come fosse un bel viaggio non troppo programmato.

Nuovo e forse primo vero disco per il compositore salernitano Andrea Barone che approda a un “raccoglitore” di scritture e composizioni proprie intitolato Reborn che qui produce e affida alla voce di tanti artisti diversi.

Su tutti svetta ovviamente il singolo Feel the wind con la voce di Emanuele Durante del progetto Circlelight.

Disco da scoprire e da lasciarsi scivolare addosso come fosse un bel viaggio non troppo programmato, dove trema appena di debolezza l’inglese pronunciato e l’architettura stessa dei suoni a cui avrei certamente richiesto una cura maggiore, di potenza e di personalità.

Sentori di plastica e di scarse dinamiche, testimonianza forse di una produzione troppo “casalinga”, ma al tempo stesso foriera di un’intenzione limpida e trasparente, senza ipocrite trovate di scena ma che non riesce a risolversi con troppa efficacia.

Il filo anglo-americano è presto riconosciuto: Oldfield, Parson e Wilson su tutti, come anche dichiara il nostro. Ecco dunque che probabilmente i riferimenti ci portano a sfoggiare paragoni difficili da sostenere.

Forse risultano eccessivamente computerizzati – al limite del suono da karaoke estivo – alcuni arrangiamenti come ad esempio le percussioni della title track, troppo debole il rock che sostiene la ballad Mercy che non apre nelle sue distorsioni di chitarre troppo sacrificate in secondo piano.

Bellissimo sapore di favola nella voce di Carla Genovese che ci traghetta dentro un dipinto primaverile come What We Got, forse il momento più alto del disco, più internazionale, momento che non ha paura a confrontarsi con ballate firmate da Elton John.

Scorre così questo disco, scorre così la vita di Andrea Barone e della sua penna e, vista l’innumerevole corredo di preziose carte con cui giocarsela, forse avrebbe meritato un suono più importante e una produzione decisamente meno legata alle perfezioni computerizzate.

E qui cito Proud, momento folk di armoniche a bocca e chitarre slide. Ecco, questo brano sarebbe stato assai più prezioso di quanto si dimostra se fosse stato lasciato libero di essere acido di imperfezioni.

Per il mio piccolo punto di vista, sento di dire che manca l’uomo con i suoi contorni per niente regolari dentro questo bellissimo viaggio in musica firmato da Andrea Barone. (Alessandro Riva)

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