Intervista a Sergio Enrico Maria Papes, batterista e fondatore de I Giganti

Abbiamo approfittato dell’uscita del libro «È per l’amore che si canta. Una vita da gigante» per fare due chiacchiere con (Sergio) Enrico Maria Papes, batterista e fondatore de I Giganti.

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Lo scorso 10 febbraio è uscito per Arcana Edizioni …È per l’amore che si canta, il primo di libro di Sergio Enrico Maria Papes, batterista nonché fondatore della formazione beat e prog rock italiana I Giganti.

Si tratta di un volume “double face” in cui Papes, sollecitato dai suoi biografi Brunetto Salvarani e Odoardo Semellini, da un lato passa in rassegna la storia dei Giganti, d’altro, invece, racconta – come Sergio anziché Enrico – diversi episodi della sua vita personale e professionale.

Un libro con due copertine, una per facciata, che si può leggere da un verso e dall’altro e che vede i contributi del musicista Ellade Bandini (prefazione) e del giornalista musicale Red Ronnie (postfazione).

Abbiamo approfittato della pubblicazione di questo interessante e godibilissimo lavoro editoriale per fare qualche domanda al suo autore. Buona lettura. (La redazione)

Intervista a Sergio Enrico Maria Papes © di Luca D’Ambrosio

«…È per l’amore che si canta. Una vita da gigante» (libro)
I Giganti

Partiamo dalla tua personale biografia. All’inizio del primo capitolo scrivi che sei nato a Milano nel 1941, in piena seconda guerra mondiale, dove ora c’è il Pirellone, in prossimità della stazione centrale. Della tua prima infanzia, era l’inizio del 1945, conservi nella memoria un ricordo ancora vivido: il suono delle sirene che annunciano un attacco aereo e tua madre che ti prende per mano e corre verso un rifugio con tuo fratello in braccio. Improvvisamente, mentre tentate di scappare, vi trovate nel raggio di azione di un caccia che vola a bassa quota e l’unica cosa che rimane da fare a tua madre è quella di appiattirsi contro un muro e pregare. Fortunatamente andò tutto bene. Alla luce di questa terribile esperienza, mi dici perché il mondo non impara mai dagli errori del passato, perpetuando, pedissequamente, sempre gli stessi drammatici orrori? È la natura umana?

Direi che è la stupidità umana. Me lo sono sempre chiesto, come può l’umanità ripetere sempre gli stessi errori! Non ha memoria? Non conosce la storia? Oppure i “poteri”, per i propri interessi, sono tanto forti da indurre i popoli a dimenticare?

Qual è invece l’insegnamento più grande di tua madre che ancora oggi ti porti dentro?

L’onestà. La dignità. A prescindere dal ceto sociale.

In casa tua si è sempre respirata musica. D’altronde tuo padre era un musicista. Che tipo di rapporto avevate e quanto è stato importante per il tuo futuro artistico?

Mio padre, quando sono nato, aveva circa 52 anni e l’ho vissuto quasi come nonno. Aveva girato l’Europa con grandi orchestre, aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale e a fine anni ’50 aveva appeso al chiodo i suoi strumenti, tromba e bandoneon. In casa si respirava musica e si ascoltava la musica di quei tempi, classica e popolare (e spesso intorno alla stufa si cantava).

Nel raccontarti, mi è sembrato di capire che l’amore e l’unità familiare abbiano sempre rappresentato una condizione centrale della tua educazione. È così?

Assolutamente sì. La famiglia è un gran bel rifugio. Li troverai sempre amore, comprensione, disponibilità, aiuto. È la prima forma di società.

In seguito, diventando adulto, il tuo concetto di famiglia si è perfino allargato al mondo della natura e degli animali. Un connubio importante della tua vita, mi sbaglio?

Fin da piccolo ho provato un amore sfegatato per animali e natura. In un tema alle elementari avevo detto che da grande avrei voluto fare il contadino. Ne parlo abbastanza nel mio libro.

Da piccolo ti piacevano le chiese vuote ma soprattutto preferivi stare da solo. Cosa rappresentava, per te, quell’esigenza di solitudine?

Credo ricerca.

Sei ancora un tipo solitario?

Amo stare con la gente ma non nella confusione e mi capita spesso di stare solo e devo dire che ci sto bene.

Sei cresciuto in un periodo storico particolarmente difficile e doloroso per l’Italia, ma anche in un momento di rinascita e riscatto sociale, culturale ed economico. Mi racconti un aneddoto, un episodio, di quell’epoca che ti ha spinto a diventare batterista?

È vero, momenti difficili e dolorosi ma poi di rinascita. Riguardo alla batteria c’è stato un momento, verso i 17-18 anni, che avevo interrotto con la batteria ma un amico mi portò a vedere un film, di cui non ricordo il titolo, che raccontava la storia di un batterista e questo mi stimolò a riprendere a suonare.

Clem Sacco e Guidone hanno rappresentato in qualche modo il tuo ingresso nel rock and roll e nel music business. Ci dici chi erano e cosa hanno rappresentato per te e per la musica italiana?

Il primo fu Clem Sacco, un rockman demenziale, abbastanza folle da cantare canzoni come “O mama voglio l’uovo alla coque”, oppure “Baciami la vena varicosa e succhiami il dente del giudizio”. Pazzo scatenato! Grande esperienza. Poi fu la volta di Guidone, uno dei fondatori del Clan di Celentano. Guidone era una persona seria, affidabile e colta ma non mancava di una certa follia. Fu un periodo indimenticabile. E poi Ghigo. Storiche le serate al Santa Tecla di Milano. Un folle puro a cui voglio un gran bene.

Poi nascono i Giganti di cui sei uno dei fondatori storici.

Nella formazione di Guidone eravamo già tre dei futuri Giganti. Nel 1965, nella formazione definitiva, avevamo un contratto in una balera in provincia di Ferrara, la classica sala con le sedie intorno alle pareti. Il pubblico era abituato a orchestrine con fisarmonica e violino, decisamente diverse da noi. Facciamo la serata, il pubblico balla poco ma sono attenti. Alla fine si presenta il gestore e ci dice: “Bravi! davvero bravi e belle voci. Ma qui non tornate più”.

Eravate nel pieno degli anni Sessanta. Il beat, i primi successi, le tante collaborazioni ma anche le prime censure…

Nel 1966 uscì “Una ragazza in due” e in un primo momento la Rai voleva censurarlo definendolo “canzone esagitata” (ma forse dava fastidio il titolo) ma poi uscì. Nel 1967 partecipiamo al Cantagiro con “Io e il presidente” e questa venne davvero censurata. Oggi fa sorridere ma allora “In un paese libero mi piace pensare che oggi non sono nessuno, domani sono il presidente della repubblica”, benché scritto nella Costituzione, non si poteva dire.

I Giganti non erano soltanto un gruppo beat. Del resto, per rendersene conto, è sufficiente ascoltare un concept album dall’impianto prog rock e sperimentale come “Terra in bocca. Poesia di un delitto” del 1971. Come nasce questo disco e che tipo di impatto ha avuto con il pubblico e la critica?

Nel 1971 decidemmo di svoltare e lavorammo su “Terra in bocca”, forse il primo lavoro prog italiano ma venne sabotato, censurato, cancellato. Parlava di un fatto di cronaca del 1936 sulla mafia dell’acqua in Sicilia. Ma nel 1971 si diceva che la mafia non esiste. Fu una grande delusione per noi e ci perdemmo di vista.

Cosa bolle in pentola, oggi, dal punto di vista artistico-musicale?

Nel 2014 ho sciolto l’ultima formazione dei Giganti. Ora è uscito il mio libro e sto (con molta calma) lavorando su una dozzina di miei brani inediti. Raramente faccio qualche ospitata.

Cosa vuol dire per Papes fare musica?

Essere se stessi, non portare maschere, essere in uno stato di grazia.

Infine, prima di salutarti e ringraziarti per la disponibilità, ci dici com’è nata l’idea di questo libro e cosa ha significato per te ricostruire, pagina dopo pagina, il tuo passato di uomo e artista?

Non avevo mai pensato di scrivere un libro, poi i miei figli Alli e Alice hanno cominciato a insistere perché scrivessi e si sono poi aggiunti gli amici Brunetto Salvarani e Odo Semellini premendo perché scrivessi. Devo dire che, soprattutto la parte autobiografica (Sergio Papes), mi piace, sono usciti ricordi ormai assopiti.

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