Con A Day Of Unrest, gli Eleven76 di Paul Elliott e Dan Smith trasformano library music, funk e suggestioni da poliziesco anni ’70 in una colonna sonora per un film mai realizzato. Synth vintage, break e atmosfere da giallo italiano costruiscono un immaginario fatto di spie, pedinamenti, paranoia e misteri.
A Day Of Unrest (cover album)
Paul Elliott e Dan Smith hanno passato quasi vent’anni a costruire colonne sonore per film che non esistono, e con il nuovo album A Day Of Unrest sembrano finalmente averne trovato uno abbastanza complicato da meritarsi dodici scene, qualche cadavere e almeno un commissario con la cravatta troppo larga. Il quarto album degli Eleven76 mescola poliziesco americano anni ’70, giallo italiano, funk obliquo e library music, con synth vintage, break e arrangiamenti che sembrano usciti da un archivio della RAI finito accidentalmente nelle mani di David Lynch.
L’apertura A Moment Of Unrest (Prologue) mette subito le cose in chiaro: qui non siamo venuti per ascoltare “canzoni”, siamo dentro un film. Hall Of Dead Roses, Denzel’s Pick Up Truck e soprattutto Someone’s Always There costruiscono un mondo di spie, pedinamenti e paranoie da Guerra Fredda, quello in cui nessuno dice mai “ciao” ma tutti hanno un dossier compromettente nella ventiquattrore. Quest’ultima, in particolare, sembra Slow Horses se fosse stato girato su pellicola 16mm, con Piero Umiliani alla colonna sonora e nessuno disposto a spiegarti chi sia il tizio che ti segue.
Poi l’album accelera e rallenta come un thriller che abbia dimenticato di avere una trama lineare: A Day Of Unrest porta il groove in primo piano, The Maniacal Twin aggiunge una sana dose di paranoia e Covert Signals fa esattamente quello che promette il titolo, senza la minima intenzione di farsi capire. È qui che il progetto funziona meglio: Eleven76 conoscono così bene il linguaggio della library music da poterlo usare senza trasformarlo in una lezione di archeologia musicale. Il passato non viene ricostruito, viene manipolato, come farebbe un DJ con un campione particolarmente succoso.
E in un momento in cui Netflix, algoritmi e intelligenza artificiale sembrano impegnati a spiegarci continuamente cosa dovremmo guardare dopo, A Day Of Unrest ha una qualità quasi sovversiva: non ti dà nessuna immagine, ma te ne mette in testa almeno cinquanta. Un uomo corre lungo un corridoio, qualcuno osserva da una finestra, una valigetta cambia proprietario, Sorrento Is No More suggerisce che le cose siano andate decisamente peggio del previsto. Non serve nemmeno un budget da Christopher Nolan: bastano un buon groove, qualche synth e la certezza che qualcuno, da qualche parte, stia mentendo.
Il risultato è un disco che funziona tanto come esercizio di stile quanto come colonna sonora immaginaria, ma soprattutto dimostra che Elliott e Smith hanno ancora parecchio da dire dentro questo universo parallelo che coltivano dal 2018. A Day Of Unrest non cerca di reinventare il cinema né la funk music: ma prende un vocabolario che conosciamo benissimo e lo usa per raccontare un film che non abbiamo mai visto. E dopo aver passato anni a lamentarci dei sequel, dei reboot e dei remake, è quasi un sollievo scoprire che il film migliore della serata non esiste nemmeno. (Adaja Inira)
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