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Sangue Misto – SxM (1994)

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La stagione del rap italiano ci restituì la voglia di pensare. E ci fece riappropriare della libertà di poter dire quello che pensavamo. E di dirlo in italiano. Questa fu la sua forza più grande. Il messaggio. Quella roba che avevamo sotterrato assieme ai dischi dei cantautori degli anni Settanta e che adesso stava nuovamente venendo fuori. Senza ambiguità poetiche o ermetismi da letterati perché chi fa il rap viene spesso dalla strada o dal punk. Non ha masticato la cultura beat di Fernanda Pivano o Jack Kerouac, non ha vissuto gli anni di piombo ne’ studiato Pasolini. Rivendica i suoi spazi sociali e la sua identità culturale. Usa il dialetto come arma di riconoscimento dentro un’ Italia che comincia a vivere il dramma dell’ immigrazione, dei quartieri dormitorio, della politica collusa col malaffare organizzato. L’altra novità è che non serve suonare bene. Anzi, non serve neppure suonare male, come era stato per il punk. Tutto il messaggio viene convogliato su un tappeto di beat e di campionamenti. Si rimettono in circolo vecchi groove spolverando qualche disco degli Ohio Players o spulciando tra i tanti tamarrissimi album di rock anni Settanta e si ci stende sopra uno Spuntì di parole spesso scontate ma che però fanno “tribù” (“Uniti è una potenza” gridavano ai tempi dell’ Isola Posse All Stars, NdLYS). Ci si sente tutti in trincea, come quando di cantava Contessa alle parate della FGCI. Di parole, insomma, ce ne furono tante. In napoletano, in torinese, in genovese, in veneziano, in siciliano, in romano, sardo e salentino. Ma di dischi che anziché pascolare su questo terreno fertilizzato a semi di James Brown e Afrika Bambaata incidessero nuovi solchi e lasciassero il segno del loro passaggio ce ne furono pochi. Se doveste contarli, le dita di una mano dovrebbero avanzarvi. E se state proprio provando a farlo mentre leggete sono sicuro che inizierete alzando il pollice accompagnandolo con la sigla SxM. Sangue Misto nel 1994 firmano col loro unico album il primo, forse l’ unico vero capolavoro del rap italiano. Un disco lucidissimo, malgrado sia avvolto in foglie di marijuana grandi quanto un Barbetti modificato. Deda, Neffa e DJ Gruff sviluppano quanto sperimentato dentro La Rapadopa: basi spesso lente, dopate, psicotrope e dilatate come vasche di Belladonna. Poi un flow suggestivo, ben scandito e molle elaborato su un dizionario ricchissimo di nomi e personaggi della nostra infanzia domestica (Domenico Modugno, Mina, Mr. Magoo, Superman, Ten Ten, il signor Bonaventura, il dado Knorr) e di citazioni da manuale tossicologico (THC, skunk, ciocco, kif, cilum, trip) e ampliato con l’ uso di uno slang che diventa subito di uso comune (la “ballotta”, la “porra”, “piglia male”, la “fotta”, il “guaglione”, la “fattanza”, la “mone”, il “chico”, la “dopa” e via così delirando). Dodici canzoni e almeno cinque capolavori: Lo Straniero (una delle tracce più vecchie, già pubblicata su un beat più asciutto e un groove ancora vicino a quello di Kool Herc e dei Public Enemy col titolo Straniero nella mia nazione sulla raccolta Senza tetto non ci sto curata dalla Lion Horse Posse), Cani sciolti (con un basso profondissimo che spacca i vetri dell’ auto), La Porra (un elogio delle “trombe” realizzata innestando un vecchio groove di Pierre Henry sulla base di Good Old Music dal primo album dei Funkadelic, NdLYS) e le drogatissime Piglia Male e Fattanza Blu dove sembra di nuotare dentro una nuvola di fumo carico di THC. Il lato più funky, quello che si ciba dei resti di O Jays, Miles Davis e Rhythm Heritage e che spunta fuori su pezzi come Manca Mone, La parola chiave, Notte o In Dopa è ugualmente pieno di vibrazioni anche se la dipendenza dall’esperienza de La Rapadopa è più invasiva, quasi fino alla (voluta) parodia. SxM è lo scoglio su cui si infrangono le speranze di tante comparse buone per lo spot del Vat 69. Un disco che crea dipendenza, assuefazione anche senza Rizla lunghe a portata di mano. SxM è una lezione di stile, di “tocco”, di mood. E nonostante Neffa ci abbia ormai abituato al voltastomaco, non riuscirà a farcelo odiare. Neppure chiamando in soccorso uno come J. Ax. (Franco Dimauro)

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