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The Smiths – Strangeways, here we come (1987)

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Dopo cinque anni, tre album e una raffica spietata di singoli, la storia della più influente band inglese si incrina, lacerandosi assieme ai rapporti umani ed artistici tra Morrissey e Marr. E tra loro due e gli altri. Andy Rourke viene invitato a lasciare il gruppo, senza venire interpellato. Una fredda sera di Marzo trova un bigliettino appiccicato sul finestrino della sua auto, firmato da Morrissey in persona: “ti comunico che hai appena lasciato gli Smiths. Addio e buona fortuna”. Gli Smiths annegano e per la prima volta hanno bisogno di aiuto. Chiamano dapprima Craig Gannon, poi Roddy Frame che declina l’offerta, infine Ivor Perry. Ma non c’è niente da fare: l’ammiraglia del pop inglese sta affondando e nessuno è in grado di salvarla. Quando esce il loro ultimo, quarto album, è già una carena arrugginita in fondo all’Oceano. Questo senso ineluttabile e greve di fine del viaggio incombe su questo loro canto del cigno. I started something I couldn‘t finish ammette Moz in uno dei titoli più lapidari di un disco che suona un po’ ovunque come un epitaffio, come una disfatta e che tratteggia nella bellissima Paint a vulgar picture tristi presagi di sciacallaggio commerciale puntualmente rispettati già pochi mesi dopo con la pubblicazione del live “Rank”. Musicalmente Strangeways prosegue l’evoluzione stilistica della band di Manchester. Il jingle jangle di Johnny Marr, già parzialmente tradito su Meat is Murder e The Queen is dead è qui completamente cancellato, travolto da un desiderio vivido di mutazione che potrebbe sembrare anche paradossale e irragionevole vista la crisi comunicativa che asserraglia il gruppo. E invece è sintomatica di questi nuovi (dis)equilibri che stanno sbranando il gruppo. Strangeways si muove infatti mettendo a nudo un suono sovente affrancato dalle eleganti fogge chitarristiche di Marr. Johnny Marr che qui non è più il chitarrista degli Smiths ma il Brian Jones degli Smiths. È lui che, in complicità con Stephen Street, sperimenta arrangiamenti inediti, (sassofoni, archi, pianoforti, armonica, sintetizzatori, addirittura una drum machine), profetizzando egli stesso una strada inedita in cui il suo ruolo, tuttavia ancora enorme, diventa meno caratterizzante e rappresentativo dal punto di vista stilistico. La sua impronta diventa più audace ed eclettica ma anche meno costrittiva in termini di carattere musicale. È come se Marr aprisse le gabbie e lasciasse gli Smiths liberi di disfarsi del suo ingombro. Stanno mentendo, tutti. Mentre ci lasciano in mano le ultime pagine della più bella favola pop degli anni Ottanta, stanno già scrivendo acide e rancorose parole di commiato. “Non sarò con te / Non sarò con te / Ci vedremo prima o poi / Ci vedremo da qualche parte, caro.” (Franco Dimauro)

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