«Discorsi sulla musica» con Marino Severini

Per la rubrica «Discorsi sulla musica», abbiamo intervistato Marino Severini della storica formazione folk rock italiana The Gang.

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Proseguono con passione e passo spedito i nostri discorsi sulla musica con musicisti e cantautori italiani.

A rispondere questa volta alle solite domande di Luca D’Ambrosio è Marino Severini, voce e chitarra della storica formazione folk rock italiana The Gang. Buona lettura. (La redazione)

«Discorsi sulla musica» con Marino Severini © di Luca D’Ambrosio

(Foto per gentile concessione di Marino Severini)

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di dedicare la tua vita alla musica?

Diciamo che la musica mi ha fatto sempre buona compagnia, fin da bambino. Non ho mai dedicato la mia vita alla musica ma se vogliamo usare una metafora posso dire che a un certo punto della mia vita ho deciso di fare un bagno nel fiume (della “musica” ) e da allora la corrente di quel fiume mi ha trascinato fin qua, e ancora non sono uscito dalle acque. Però vorrei precisare che io scrivo e canto delle canzoni, le “faccio” come un qualunque artigiano e le canzoni contengono e sono fatte anche con la musica ma non sono “la musica”, sono un’altra “cosa”.

Quali sono state le difficoltà iniziali?

Se ti riferisci al progetto-esperienza dei Gang all’inizio non ricordo nessuna difficoltà. Abbiamo risposto a una sorta di chiamata, in particolare a quella dei Clash e di Strummer. Si poteva tornare nuovamente “in mezzo”, stavolta con chitarre bassi e batteria e tutto ad alto volume e non con i ciclostili, le assemblee, le manifestazioni, come era stato per la seconda meta’ degli anni 70, quando le aggregazioni giovanili erano politiche e politicizzate. È stato un po’ come salire su una grande onda fatta di tante energie creative che si muovevano verso una stessa riva! Un popolo nuovo di cui ti sentivi parte più che una rivoluzione era una rivolta, quella dello stile! Abbiamo vissuto tutto ciò con grande passione e un forte e ritrovato senso di comunità, di appartenenza. Siamo andati sopra un vecchio Ford Transit verso un Paese, che era ancora inesplorato, cantando! Ricordo solo la gioia, la fierezza e il senso di riscatto che c’era in tutto ciò, non mi vengono in mente le difficoltà. Con niente abbiamo costruito quello di cui avevamo bisogno, insieme, in comune e mentre lavoravamo per costruire tutto ciò, sognavamo, era la nostra utopia che diventava realtà. In sostanza eravamo fin da allora mossi dalla fede! Quella forza che muove i passi e diventa cammino.

Qual è la cosa più bella che ricordi dei tuoi inizi?

La strada o meglio le tante strade che abbiamo percorso su e giù per il Paese. E soprattutto Il fatto che stavi scrivendo la tua vita come volevi che fosse scritta, non quella che mi era stata dettata, ancora prima che nascessi. E ovunque la festa nel ritrovarsi e sentirsi parte e partecipi, un nuovo cammino che stavamo per intraprendere scartando di lato e in esso scoprire il canto comune o “l’urlo“ comune, per dirla alla Ginsberg. Non eravamo più “soli”.

Oggi, invece, quali sono le principali difficoltà per chi come te fa musica?

È il non saper trovare le motivazioni vere, profonde per cui si fa o si vuole fare “musica”, essere confusi non aiuta a trovare la strada .e a districarsi dalla giungla e dal pantano nel quale siamo finiti un po’ tutti e tutto il Paese, il nostro. Le difficoltà sono dovute alle circostanze e al non avere idea di come fare per cambiarle, contrastarle e non sapere bene da che parte incominciare per costruire nuovi percorsi. Questo è un dato di fatto tutto italiano, altrove non trovo le stesse difficoltà che da noi sembrano insormontabili. E allora io direi di cominciare come sempre sempre dall’inizio cioè dalle fondamenta. Dopo aver demolito il “palazzo”. È un discorso che faccio ormai da tanti anni, e tanto per mettere ancora una volta il dito nella piaga riaffermo ancora oggi il fatto che è arrivato il tempo di fare chiarezza e ristabilire per bene i confini fra ciò che è un “bene”, in questo caso un Bene culturale e comune e ciò che è invece la “merce”. Per decenni noi abbiamo assistito a una sorta di “sdoganamento“ di ogni forma artistica e di produzione culturale per condurre tutto questo nell’ambito del mercato e sottoporlo alle sue leggi e ai suoi principi, primo fra tutti quello del profitto. Facendo così diventare ogni espressione artistica né più né meno che una merce. La responsabilità di questa “ barbarie” è tutta della sinistra italiana e della sua “politica culturale”, un dato di fatto che Pasolini già denunciava negli anni ’70 . C’è musica e musica, e la “nostra musica” è espressione di una cultura, la nostra, quella popolare, quindi è un bene ed essendo tale, come tutti i beni, ha come riferimento e interlocutore la cultura e la politica. Se invece è “altro”, una musica che è semplicemente una merce ha e avrà come interlocutore il mercato. Sono due universi completamente diversi, da non confondere e da separare nettamente. E da questa separazione dipende poi il “come si fa”, quali sono i materiali da usare, le competenze, i requisiti necessari, la funzione e l’utilità, perché un conto è costruire un bene comune e culturale, e altro è costruire, realizzare un prodotto, una merce. Sono mondi inconciliabili E questo va assolutamente e quanto prima, ribadito. Se noi non cominciamo a distinguere un bene da una merce, non ci sarà futuro per la “nostra musica”, la cui produzione, promozione e diffusione che ha bisogno di “regole” certe, di leggi fatte ad hoc, organiche a chi fa e potrebbe fare la musica. Perché solo con una volontà e un bisogno pubblico quindi di una legislazione ad hoc che potremo liberare la “nostra musica” dalle pastoie e dalle catene del mercato e dei suoi padroni, e potremo dar vita finalmente anche in questo Paese a una stagione di vera indipendenza dal mercato e dai vari vassalli, valvassori e valvassini. Tanto per dire che non c’è la musica ma c’è, volenti o meno, musica e musica. Detto questo a ognuno la libertà di scelta e quindi di assunzione di responsabilità nei confronti della sua comunità di appartenenza rispetto a ciò che produce per sé e per gli altri. Qualunque sia la scelta di ognuno, io auguro a tutti buona fortuna e soprattutto buon lavoro.

Pensi che in questo particolare momento storico ci sia un approccio culturale differente tra un artista affermato e uno che sta muovendo i primi passi?

Un proverbio africano che conoscerai dice: “I giovani corrono ma sono i vecchi che sanno la strada”. Io credo che la “storia” sia sempre la stessa, ogni nuova generazione che muove i primi passi trova difficoltà nel momento in cui si vuole far “largo” e prendere il posto della generazione che l’ha preceduta. Tende a “scansare “ quella precedente per prenderne il posto che occupa. Vale per ogni aspetto della nostra vita sociale. E questo è dovuto a un cattivo rapporto culturale fra le generazioni, a un conflitto che io credo debba essere sempre superato con la possibilità di incontro scambio conoscenza confronto e critica, e perché ciò possa accadere sono prima di tutto necessari quei luoghi o spazi pubblici dove le generazioni possano incontrarsi conoscersi e confrontarsi, cosa che oggi è diventata quasi impossibile nel nostro Paese. Per dirla in senso lato, con Gramsci, “Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in sé stessa anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto fra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per emergere e distinguersi.” (Dentro queste parole come non riconoscere la tragedia politica dei 5 stelle o peggio del renzismo?). Continua Gramsci: “Una generazione vitale e forte che si propone di lavorare e di affermarsi tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché è la propria energia che le da’ la sicurezza che andrà’ più’ oltre“. E aggiunge: “Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più’ comodo se i genitori avessero fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chi sa cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro; ma essi non l’hanno fatto e quindi noi non abbiamo fatto nulla di più. Una soffitta su un pianterreno è forse meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa fare solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già’ costruito palazzi di dieci o trenta piani“. Forse sbaglio ma credo che ogni “rivoluzione “ cominci sempre con un “grazie!”. E i più giovani non sanno più dire grazie, perché’ nessuno insegna loro come si dice. Mi spiego. Non ricordo il nome del filosofo, forse era polacco o ungherese, poco importa, fatto sta che distingueva la storia dell’umanità in due fasi. La fase in cui prevale il mito del diritto e la fase in cui prevale il mito del dovere. Quella in cui prevale il mito del diritto è il tempo dei predatori, di chi rivendica il diritto su tutti e tutto, si piglia e basta, non guardando in faccia nessuno, è il tempo di chi “si fa da solo“. Noi ne abbiamo conosciuto “uno” che ha sempre rivendicato di essersi fatto da solo e quindi abbiamo ben presente di che tempo si tratti. Questo ciclo finisce quando inizia quello in cui prevale il mito del dovere. Questo ciclo inizia quando noi ricominciamo a dire grazie! Grazie a chi? Il filosofo fa degli esempi, ne ricordo alcuni: grazie a chi ci ha “fatto”, a chi ci ha concepito. Se ci piace essere vivi “nel miracolo della carne” a qualcuno dovremmo ringraziare, ai nostri genitori. Grazie ai compagni che ci hanno sostenuto nell’adolescenza, che ci hanno aiutato a non sentirci soli nel superare i primi ostacoli, le angosce, le paure. E grazie infine ai propri maestri, senza i quali non avremmo scoperto la meraviglia. Ecco allora che a forza di dire grazie ristabiliamo in noi delle relazioni che ci fanno sentire “ relativi” cioè’ fatti da tante di queste relazioni, quelle da cui nasce e rinasce la nostra cultura. E relazione dopo relazione ecco che ci sentiamo “appartenenti!” Questa consapevolezza che nasce dal “grazie” è indispensabile per avere e prendere coscienza della libertà, che non è, come è stato insegnato da questa società’ ai più’ giovani, da decenni, il “fare quello che cazzo ti pare” ma la libertà è poter scegliere e nella scelta sentirsi responsabili rispetto alla propria “appartenenza!” E per “questa libertà” e solo per essa che si può tornare a lottare e combattere e anche dare la propria vita, come hanno fatto coloro che si sono messi dalla parte della vita e della sua dignità’ e di “questa libertà”, combattendo gli orrori del fascismo e del nazismo. Le canzoni che scrivo servono soprattutto per imparare a dire nuovamente grazie, perché grazie è anche quel ponte che abbiamo sempre costruito e ricostruito fra “Le radici e le ali”. Tanto per dirla in “parole povere”, una profonda differenza fra noi, quelli che come noi hanno iniziato a “calcare” le strade e le scene negli anni ’80 e ’90, e coloro che sono arrivati più’ tardi è stata appunto “La scena”! Per noi era quasi scontata “la scena”, bisognava crearla e si lavorava soprattutto per quella. E la scena non la fai soltanto con i musicisti, le band e quindi la “musica” ma occorrono fanzine, radio, club, mille e altri linguaggi. Occorre “un’orda d’oro” per dirla con Balestrini. Questo fatto, questa necessità, che è anche strategica, non l’ho più notata da anni , sembra che ognuno faccia per sé o in piccoli piccoli gruppi, quasi di amici. E questo fatto è funzionale soprattutto a un mercato che vuole più deboli e fragili i produttori anche di musica in modo che possa sottoporre le varie produzioni alle mode e quindi farle durare molto meno tempo, farle passare in fretta, svuotarle quindi di contenuti culturali e adattarle al consumo a farle diventare merci. Questo vale per ogni aspetto della società’ odierna. Oggi siamo tutti imprigionati nel presente, nessuno ha un’idea di passato e futuro, non c’è nessuna visione dell’eternità, che è la vera caratteristica delle culture popolari e quindi delle musiche e canzoni popolari, ma qua apriamo tutto un altro discorso.

C’è invece qualcosa di positivo nel fare musica in questi anni 20 del terzo millennio?

C’è sempre qualcosa di positivo nel fare musica, c’è sempre stato e sempre ci sarà’. Significa semplicemente tener viva la propria creatività, tenerla in attività, farla muovere, crescere, dargli sempre alimento, averne cura! Fare musica è un’esperienza creativa, un’esperienza che permette di creare uno spazio vivente in cui stanno insieme, convivono, pensiero e azione! Dobbiamo sempre, ognuno di noi, rivendicare il diritto a uno spazio vitale per la nostre capacità creative. Negli ultimi decenni l’attrazione fatale che soprattutto i più’ giovani hanno subito nei confronti delle nuove tecnologie, vedi internet in primis, ha in un certo senso dirottato e fatto confluire le energie creative verso altri territori, diversi dalle arti e quindi anche dalla musica, ma non credo che queste sorte di dighe tengano più di tanto e a lungo la forza dirompente della creatività. È un discorso abbastanza lungo e complesso poiché’ la creatività muove nel momento in cui la nostra parte inedita si risveglia, quella che neanche noi conosciamo, la nostra parte creativa. E questa parte che è presente in tutti noi, si sveglia nel momento in cui è chiamata! Da ciò che comunica a essa E questa comunicazione (ben diversa da quella in internet) fa leva sempre e comunque sulle passioni, sulle emozioni, o meglio cerca di ristabilire l’egemonia delle passioni sulla ragione. La musica ma anche l’arte in genere deve sempre contribuire a porre delle “domande di senso” per sviluppare in ognuno di noi la propria fantasia e la propria immaginazione, la propria creatività. Ed è proprio nella società dell’immagine che muore l’immaginazione. L’immagine non chiede, non fa domande di senso, non usa i simboli e la parola per comunicare, è totalitaria. Quando invece i simboli sono necessari per creare “senso”, un uomo senza simboli è un uomo spento, senza vita! Nelle società moderne o meglio la modernità ostacola e imprigiona i valori profondi della vita. La modernità li sostituisce con le droghe, i beni di consumo, la società dello spettacolo. La modernità ha paura della vita e prova quindi a calcolare tutto cadendo nell’ossessione del controllo. La creatività riaccendendo le passioni è indispensabile nel trovare una crepa nel muro del controllo ossessivo della modernità sulla vita. Ecco perché la musica è indispensabile a tale scopo per uscire fuori dal controllo! Per un processo quindi di liberazione.

Quanto sei “social” e “tecnologico”?

Quanto basta. Sto sempre attento a non prendere un’indigestione di tutto ciò’. Considero internet, come tutto ciò che è tecnologico e tecnico, uno strumento di “servizio” e un prolungamento del nostro “fare” e non del nostro e quindi del mio “essere”. Questa nuova e ultima fase del “vecchio racconto dell’uomo” non mi “rapisce” e non ne faccio apologia poiché a monte di tutto ciò credo, e sono più’ che convinto, che l’umanità oggi non ha bisogno di nuove tecnologie come internet e compagnia bella, ma di un “nuovo racconto” di se stessa. Mi spiego meglio prendendo in prestito anche alcune analisi e riflessioni di Pietro Barcellona. Oggi l’umanità ha bisogno più di ogni altra cosa di un “nuovo racconto” di sé stessa. L’umanità ha bisogno di un racconto differente da quello che si ha adesso, differente da quello degli illuministi per intenderci. Si viene dal feudalesimo, si scopre la ragione, la ragione ci dà la tecnica, la tecnica è lo strumento per dominare la natura e tutto ciò si adatta perfettamente al modo di produzione capitalista. Questo non è altro che un racconto che si proietta nello sviluppo, nel progresso, nella crescita. Ma questo racconto oggi non motiva più nessuno, non sono molti oggi quelli che ci credono. Una società esiste se quella società è interiorizzata nei membri di quella società’. Questo sistema ormai è arrivato alla fine poiché è un sistema senza Storia, sempre più “singolarizzato”. Gli uomini hanno sempre risposto alla domanda su ciò che sono definendo un sistema antropologico. Una volta l’uomo creduto di essere figlio di dio, un’altra cavaliere errante, un’altra è stato astronauta. Ogni cambiamento sociale e storico è un cambiamento antropologico. Oggi occorre un nuovo racconto, di un uomo nuovo, che saprà costruire la città futura e il governo del mondo! Per certi versi Internet ci può aiutare a costruire questo nuovo racconto per altri versi può essere soltanto un surrogato, un feticcio una pausa e un controtempo rispetto al bisogno sempre più urgente di un altro racconto e di un nuovo umanesimo che riscatti gli orrori del liberismo e della globalizzazione. Tutti i “mali” di internet stanno nell’uso che se ne fa e che fino ad ora ha permesso un trionfo della cultura occidentale imponendo il concetto del “singolare assoluto”, che consiste nella clonazione, l’essere clonato. Colui che pensa di non aver bisogno di una relazione con nessuno, che può vivere in una realtà virtuale. Questa modalità della singolarità assoluta sembra abbia avuto successo, ma è un mondo estremamente fragile dove tutto rischia di sfasciarsi da un momento all’altro. Le giovani generazioni non conoscono che il lavoro interinale, non esibiscono legami coi loro compagni di lavoro e passano la settimana aspettando il week-end. Tutto ciò forzatamente un giorno esploderà e le giovani generazioni sentiranno il bisogno di ricostruire dei legami sociali!

Una domanda da 100 milioni di dollari. Che cos’è la musica?

Posso rispondere quello che è per me. Per me è quel ponteche va sempre ricostruito fra un tempo, quello dell’esistere e un tempo quello dell’essere. Un ponte fra due dimensioni che dovremmo tutti attraversare per tenerle sempre in “comunicazione” fra di loro. È qualcosa che ha molto a che fare con la “preghiera”. La preghiera è l’unico momento nel quale ci diciamo la verità, diciamo a noi stessi la verità. La musica come la preghiera ci trasmette la necessità di avere una relazione con la verità. La verità che è un oggetto affettivo. È una passione. Non si può scambiarla con niente né col potere né col successo. Ci libera dalla stupidità e dal vivere secondo convenzioni. La musica tiene viva e sveglia la sensibilità. Che è di fatto un giardino che tutti noi abbiamo in dotazione. È una dote! Un giardino però che occorre sempre curare, annaffiare, concimare affinché quel giardino produca la bellezza, quella cosa che è niente ma contiene tutto e che ogni volta ci salva! La musica è un po’ come far bene il giardinaggio o l’orto, come preferite, del resto una delle mie grandi passioni da anni è appunto quella di fare l’orto!

Quali sono stati gli artisti e/o i dischi principali che in qualche modo ti hanno influenzato?

Sono stati molti, ma dovessi “scremare” direi quelli dell’infanzia o della prima adolescenza. Quelli che ascoltavo da ragazzino. Soul music e rhythmn and blues. Erano gli artisti e i dischi che ascoltavo con Lucio Mazzoni, un vicino di casa che mi ha insegnato a suonare la chitarra ritmica e che per me era e resta, una leggenda. Negli anni ’60 era stato col suo gruppo Le Ombre in Turchia a Istanbul e lì aveva conosciuto e suonato con molti musicisti americani che prestavano servizio nelle basi militari americane. Quindi, quando tornò a casa portò con sé questa esperienza ravvicinata con l’american music di quegli anni. Dunque il mio innamoramento per quella musica fu dovuto a una relazione con una persona come quella di Lucio, a una storia, la sua, mentre intorno a me il mondo e anche questo Paese cambiava rotta. E per questo basta citare “Americanismo e fordismo”, il cap 22 dei Quaderni di Gramsci, per capire bene cosa e come stava cambiando e perché la musica americana diventava indispensabile per fare parte della gioventù’ del nuovo mondo, per appartenere! Ma qua sconfiniamo oltre il recinto della domanda. Poi strada facendo è chiaro che Dylan è stato il “pastore”, quello che mi ha condotto verso luoghi inesplorati fino ad allora, per arrivare molti anni dopo alla chiamata dei Clash. Per poi tornare a casa, cioè alla canzone popolare moderna quella di Woody Guthrie. Una canzone che nasce dall’incontro fra tanti stil, li ospita e li fonde con la letteratura, la poesia, il cinema, le comunicazioni di massa, il teatro… e ne fa lo strumento adatto alla narrazione del mito: l’unità!

Quanto sono importanti nella vita, così come nell’arte, la curiosità e l’assenza di pregiudizio?

Sono qualità indispensabili per vivere pienamente, crescere e arricchirsi. Andare incontro all’altro significa conoscenza attraverso la relazione con l’altro. Questa esperienza svela sempre in noi i nostri limiti e quindi ci spinge a superarli, ad andare oltre, a scoprire di noi ciò che non sappiamo ancora e che l’incontro con l’altro ci svela. Da questo punto di vista, riportando tutto a casa, con i Gang posso vantare con orgoglio la partecipazione a più di 180 progetti musicali di artisti dagli stili e generi più disparati. Non solo, ma fin dal nostro primo “Tribes Union” la collaborazione con artisti provenienti da “strade” diverse dalla nostra è stata sempre una nostra consuetudine per realizzare un nostro progetto. Insieme viene meglio, si impara, si e ci si conosce. Sarà che noi siamo quelli che veniamo dalle esperienze degli ” esami di gruppo” e la socialità e il fare insieme è una componente fondamentale della nostra “educazione sentimentale“, prima che politica. Sia io che Sandro apparteniamo a una famiglia operaia e da bambini abbiamo vissuto all’Imbrecciata, una piccola frazione del comune di Filottrano, in provincia di Ancona, e durante la nostra infanzia abbiamo visto con i nostri occhi come si costruisce una comunità. Allora gli abitanti dell’Imbrecciata erano circa 300, una piccola comunità. Tanto per dirne una, il sabato e la domenica si andava tutti a costruire la casa di qualcun altro, si dava una mano per realizzare un sogno e un bisogno di ognuno di quella comunità. Una volta toccava a una famiglia e poi a un’altra, così si faceva, come per tutto il resto e mai nessuno veniva lasciato da solo e senza la possibilità di provvedere ai suoi bisogni e anche ai suoi sogni! L’appartenenza, prima e più di ogni altra cosa. E quell’Imbrecciata resta ancora oggi la nostra “patria” perché come dice il poeta “la patria di ogni uomo è la propria infanzia“. Eravamo tutti poverissimi ma siamo stati fortunati a vivere insieme quella povertà e ad aver imparato una volta per sempre come si realizzano i sogni e come si provvede ai bisogni: insieme agli altri.

Nella musica, sia per chi la fa e sia per chi la critica, c’è qualcosa che non sopporti?

La stupidità, l’ignoranza che diventa arroganza, presunzione, assenza completa di umiltà. Tutti quegli aspetti che mescolano un coattismo presuntuoso e le falsità tipiche del piccolo borghese rampante. Negli ultimi tempi mi sento infastidito spesso da un certo “fichettume belante”, tipico di una sorta di cantautorato da cameretta sempre decostruttivista per non dire nichilista, questo vale per chi lo fa e per chi lo applaude. È una sensazione ma anche una presa di coscienza. Ciò che detesto fortemente è questa sorta di cultura che decostruisce tipica di ogni decadenza. Dove si vuol arrivare con questa decostruzione del sapere a opera delle università o dell’informazione attraverso i giornali o della conoscenza attraverso questi intellettuali che si adattano all’opinione? Sono giochi di intellettuali, artisti decadenti! Tutti ciò porta al fascismo, a niente altro e ad esso è funzionale. Il fascismo è questa logica perversa dell’immediato che distrugge. È la logica dello sfogo delle pulsioni, uno sfogo mortale in quanto è anche la fine delle passioni. Al contrario la capacità di durare, di guardare al futuro, di progettare, di avere passione per il “differire” è una posizione di sinistra. Del resto io sono figlio di un muratore, quindi resto sempre affascinato e attratto dalla costruzione! Dal mattone dopo mattone, come dal passo dopo passo per riprendere il cammino, quello dell’emancipazione, l’unico che conduce verso la libertà!

Il tuo genere musicale preferito assoluto?

Non c’è un genere o uno stile musicale che preferisco sugli altri. Io amo le canzoni, le “belle” canzoni, quelle popolari! Amo la canzone popolare. Del resto le nostre canzoni sono “popolari” in quanto sono fatte con i pezzi, gli avanzi, gli scarti direi, delle nostre culture, non solo musicali. Il simbolo della cultura popolare, per dirla con le parole di Sandro Portelli non è altro che il “quilt “ la coperta patchwork degli indiani d’America. La cultura popolare! Quella che dalla frammentazione rimette insieme i pezzi e crea una nuova cosa. Questo accade perché la cultura popolare è sempre stata soggetta alla distruzione, alla scomposizione, all’oblio e quindi ha imparato da sempre a vivere con l’orizzonte della sua scomparsa. Ha da sempre imparato questa sorta di bricolage che crea nuovi insiemi dotati di bellezza e di senso anche prendendo in prestito gli scarti e i rifiuti delle culture dominanti. In tutto ciò quello che a me interessa e m’è stato tramandato, è lo sforzo di ricomporre sempre e comunque un’unità, eterogenea e provvisoria che sia, con gli strumenti a disposizione e nelle circostanze, favorevoli e non, in cui ci troviamo ad operare. E la Canzone che amo è quella che sa ricomporre ogni volta questa unità.

Un disco che hai realizzato e che consiglieresti a chi non ancora non ti conosce.

L’ultimo, perché – come si dice? – il figlio più bello è sempre l’ultimo: “Ritorno al Fuoco”. Poi io spero che le canzoni che fanno parte di questo disco riescano a convincere chi le ascolta a fare il cammino a ritroso e pian piano scoprire tutti gli altri dischi dei Gang. lo spero, insomma.

Parliamo invece di una cosa davvero difficile da spiegare. Secondo te, come si raggiunge una propria identità artistica, al punto da essere riconosciuta e apprezzata da un determinato pubblico?

Quando l’opera riesce a imporre una vita propria a prescindere dall’artista e dal pubblico. È cosa difficile da spiegare come hai detto tu stesso, ma proviamoci a farlo. C’è un vecchio detto “giudica una persona da quello che fa, non da quello che dice di voler fare“, che applicato all’arte significa “valuta un artista da quello che crea, non da quello che dice di volere o aver creato”. Perché in sostanza, nel caso di uno scrittore o di un musicista o di un pittore, essi vogliono che noi leggiamo, ascoltiamo, “vediamo” la loro opera? Non si fidano di ciò che essa dice da sola? Perché preoccuparsi di ciò che ne pensano gli altri? Questo perché a nessuno è permesso di dominare un “essere vivente”. Ogni opera d’arte è un fenomeno dotato di vita propria e di esistenza propria e quindi è destinato a cambiare, anche a morire per poi rinascere, a evolversi e a maturare. Non è mai dichiarata la poetica di un’opera. È come una porta che si apre per chi trova la chiave, che va cercata fra le pieghe, nei nodi, negli anfratti, nelle cantine e nelle soffitte dell’opera. L’essenza di un’opera, più che una sua poetica, non sta semplicemente nella sua bellezza e/o nella sua utilità ma in un’alchimia che annoda il suo essere (vivente). Allora una volta che la porta si apre “il seme esplode e l’embrione si lacera” e l’opera trova se stessa. Questa è un’operazione che viene affidata di solito alla critica, ma che io affido più agli aficionados, per dirla con Hemingway. (Ma sappiamo bene che la critica in questo Paese è letteralmente scomparsa e non contribuisce a un processo di crescita e di maturità e anche di consapevolezza degli artisti che sono costretti, come per altri aspetti della vita a un “far da sé” che risulta alla resa dei conti, limitato e a volte controproducente). Questo “passaggio” che è una sorta di investitura nell’esperienza individuale e collettiva, decide se l’opera ha vita futura o morte precoce. Ogni opera conosce questa soglia. Il suo autore in questo passaggio di solito cerca di travestire l’opera con abiti simbolici che lasciano il tempo che trovano, poiché l’opera vivrà a lungo se saprà liberarsi di tali abiti e dalla volontà di dominio e di controllo del suo autore, prima ancora del cosiddetto pubblico. Altro discorso vale per il cosiddetto artista…partiamo sempre da lontano. Ogni individuo è mentalmente un gruppo. C’è sempre un gruppo mentale all’interno di ognuno di noi. E all’interno di questo gruppo esistono delle dinamiche attraverso le quali gli uomini si definiscono: leader, gregario, poeta, profeta, artista ecc. Queste dinamiche sono sempre da tenere presenti per comprendere l’arte come la politica. Perché non sono dinamiche individuali nel senso che il gruppo stesso è una dimensione della propria individualità. La stessa opera nasce attorno a un pensiero generato dal gruppo in modo creativo. Posso aggiungere una constatazione più generale e cioè che l’artista è un creatore di modelli. Creare un modello significa: io artista costruisco qualcosa che ha il carattere di una proposta sul come guardare il mondo. Sarò molto contento di suscitare il vostro interesse, ma al tempo stesso sono pronto a capire che chi mi ama davvero farà di tutto per non inseguirmi, perché la lezione profonda contenuta nel mio sforzo è quella di seguire la propria strada. Questo non significa che occorre essere originali, poiché senza una tradizione alle spalle la nozione stessa di originalità verrebbe a mancare. Per dirla con Proust “ogni artista mette a disposizione una diversa visione“. Ma nessuna di esse forma una innovazione totale rispetto alla precedente, altrimenti la distruggerebbe. Questi modelli che l’artista propone poi pagano il prezzo di una traduzione metaforica del suo significato come l’apprezzamento critico, il successo, la fama. Questi processi non vanno sottovalutati poiché rappresentano lo sbocco naturale al processo artistico, il ponte verso l’umanità. Il riconoscimento in arte occupa il posto della verifica nella scienza e naturalmente ci si può sbagliare, ci si può correggere e si aspettano secoli se necessario. Tutto ciò consiste nella relazione fra il modello artistico e la realtà. In sostanza per dirla con Ferrucci, chi crea un’opera d’arte non è mai libero ma ha soltanto il tempo (lo ruba) di usare e di essere usato, come capita a chi procede scartando di lato, come un miraggio di libertà, lo stesso percorso della cometa!

L’artista ha bisogno di continue conferme da parte della stampa e della propria comunità?

Credo di aver risposto in parte a questa domanda nella risposta precedente, posso aggiungere che il cosiddetto artista come l’intellettuale, debba essere organico, per dirla con Gramsci, alla propria comunità di appartenenza, al proprio gruppo dalle cui dinamiche e confronto nasce la sua opera e la sua funzione e il suo ruolo. La figura dell’artista o intellettuale “diffuso”, legato alla sua comunità e che contribuisce con la sua opera a un processo di emancipazione della comunità stessa ” o classe che sia, un ruolo e una funzione che la sua comunità di appartenenza gli riconosce in quanto tale. Per quello che mi riguarda io mi sono sentito sempre vicino a quella figura di artista o di “intellettuale rovesciato” per dirla con Gianni Bosio. Una figura che va contro quella idea di intellettuale o artista inteso come microcosmo autosufficiente. L’intellettuale rovesciato prima di parlare ascolta, prima di insegnare impara; quindi ha bisogno degli altri per svolgere la sua funzione, è lui stesso l’esito di un processo sociale. E la sua funzione consisterà poi nell’usare gli strumenti di cui dispone per trasformare quello che ha imparato in azione sociale . Per me è importante non perdere mai questa “organicità” rispetto alla mia comunità, cosa che fino ad ora posso dire che si è sempre più rafforzata nel corso degli anni. Sono bastati tre crowdfounding per testimoniare questo rapporto di fiducia, di stima, di organicità!

Tu sei un personaggio pubblico. Meglio essere sempre presenti o sparire per un po’?

Ti confesso che io mi trovo molto bene in questa mia “riserva” dove il mio lavoro, le canzoni che produco svolgono quella funzione che ci siamo già detti nelle domande e risposte precedenti. E qui io cerco di essere sempre più presente anche per rafforzare e rendere più nitidi i confini di questa “riserva”. Come diceva Guthrie “se il mio popolo avanza io avanzo, se il mio popolo indietreggia io indietreggio ” e quindi questi confini non sono barriere ma sono mobili, in movimento. Altrove mi sento a disagio e in imbarazzo non tanto per la mia persone quanto per le mie canzoni e le storie che cantano e tengono vive. Altrove le sento umiliate derise svuotate di senso e di contenute asservite alle logiche dell’intrattenimento, dello spettacolo e del profitto. Quindi cerco il più possibile di evitare territori come quelli delle comunicazioni di massa dove regna e impera la perfetta idiozia funzionale al mito delle mode e del consumo. Come ci siamo detti, io produco dei beni e non delle merci quindi non vado al mercato, ma là dove questi beni siano o possono diventare beni comuni! L’importante oggi è dimostrare sempre la differenza, che è il vero antidoto all’indifferenza che all’odio, per dirla sempre con Gramsci. Ribadisco che il mio lavoro è altro e non sento il bisogno di percorrere territori ostili ad esso, tanto per ribadire: il nostro terreno di battaglia in campo aperto è quello della comunicazione. E in questo territorio ricostruire un ponte fra le culture popolari e quelle degli intellettuali. In un territorio che oggi è occupato dalle comunicazioni di massa che tendono a svuotare e rendere ridicole, a umiliare e svilire, entrambe le due culture. Da un lato riducono a folklore le culture di massa e, attraverso la spettacolarizzazione di esse, riducono a “buon selvaggi” i suoi protagonisti. Dall’altro riducono a opinionisti gli intellettuali, a dei semplici giullari da salotto. Da questo punto di vista, direi da questa prospettiva, la cultura rock, il rock’n’roll, inteso come una delle massime espressioni della cultura popolare, può fare il suo “lavoro”, la sua parte, quella di “Pontefice”, restituendo dignità a entrambe queste culture e facendo in modo che si alleino nuovamente per un’altra rivoluzione o meglio revolution rock!

È pressoché indubbio che anche la vita artistica sia segnata da compromessi. Cosa però l’artista non dovrebbe accettare mai?

Sulla mia Telecaster ho “impresso” la massima di Mohamed Ali: “Pungere come un’ape e volteggiare come una farfalla“. Lo stile da combattimento. Quindi per me la coerenza sta tutta nell’abilità di mantenere il passo sul filo come un bravo funambolo. Un artista come ogni uomo al mondo non dovrebbe accettare quei compromessi che gli tolgono dignità, perché la dignità è il diritto alla Speranza per dirla con Ernesto Balducci, ma io non mi sento di sicuro in diritto di dire a un altro uomo cosa deve o non deve fare soprattutto quando viene preso per “fame” e per fame viene fatto ostaggio. La regola che mi sono dato vale solo per me e per nessun altro. E quando devo prendere una decisione e non so bene se sia giusta o sbagliata, coerente o meno con la mia etica, allora ricorro a una foto che mi assiste e mi dà il giusto consiglio circa la scelta che devo prendere. È una foto di quando ero bambino e che porto sempre con me trasloco dopo trasloco. La tengo appesa a una parete della stanza dove normalmente lavoro. Guardo gli occhi di quando avevo circa 4 anni anni e cerco di non tradirli mai. E quegli occhi mi aiutano sempre a fare la cosa giusta! A prendere quella decisione che mi aiuta a superare l’ostacolo davanti al mio cammino, e procedere lungo quelle strade infinite del “Signore” con dignità!

Hai mai pensato di smettere?

Ci penso tutti i giorni, ma con l’età che avanza credo che ormai sia troppo tardi tornare sui miei passi.

C’è un sogno, un’idea che invece vorresti realizzare?

Un sogno che ho da sempre ma che ormai è irrealizzabile è quello di fare il maestro delle elementari. Sarà per una delle prossime vite! Non ho altri sogni, ho 65 anni e tutto quello che volevo realizzare, l’ho realizzato, lavorando. Vorrei soltanto scrivere le ultime pagine di questo romanzo che è la mia vita nel migliore dei modi possibili. Quindi ho ancora molti capitoli da “scrivere”, spero e farò in modo che siano le pagine più belle, almeno per me e per chi mi ha “a cuore”.

Dove sta andando la musica?

Per chiudere il cerchio, rispetto a come abbiamo cominciato a raccontarci in questa intervista, direi che la musica, come un fiume, sta andando verso l’oceano! E un fiume a volte deve attraversare territori aridi. A vederlo in superficie può sembrare in secca, ma anche goccia a goccia riesce a passare sotto la terra, poi, quando arriva la stagione delle grandi piogge, tornerà maestoso e ricco di affluenti. A volte sul suo percorso troverà anche delle dighe e sarà costretto a deviare, a scartare di lato e così per sempre, fino all’oceano. La grande anima dell’umanità, da cui proviene. Ma ti ripeto a me interessa più la canzone, quella popolare, che non la musica, quindi ti rispondo con le parole di Woody Guthrie: Ho sentito dire da diversi intellettuali che le canzoni popolari stanno per sparire. Che la musica popolare sta uscendo dalla scena della Storia. Dicono che non è possibile controllare e misurare il tempo di una canzone popolare, che non si può tagliarla, raffinarla, affinarla, o smussarla per renderla adatta a recital di livello artistico e ai solchi dei dischi e quarantacinque giri per il juke box, il cinema e le sale da ballo. Io invece dico che proprio adesso la musica, le ballate, le canzoni popolari si stanno rimettendo in piedi, come Joe Louis dopo un paio di duri Knockdowns”.

La Pandemia da Covid-19 ha messo a dura prova l’intera umanità. Come l’hai vissuta da essere umano e soprattutto da artista. Mi racconti qualcosa?

Per dirla con Walter Benjamin, il coronavirus è stato un “segnalatore d’incendio” a livello mondiale. E il segnale è stato più che chiaro e rivelatore non solo per quel che riguarda uno Stato o un governo nazionale e locale ,ma ha messo a nudo il Re! Cioè ha dimostrato tutta la ferocia di un modello di sviluppo dominato da una divinità che è il profitto. Quindi è importante ancora una volta mettere in luce questo modello di vita, sociale economico e culturale che è assolutamente privo di qualsiasi umanità, è l’esatto contrario di quella che viene comunemente chiamata civiltà. Ebbene, questo modello prevede che chiunque non partecipa alla continua rigenerazione del profitto, non sta alle sue regole e leggi (che volgarmente sono chiamate leggi di mercato) viene espulso, buttato ai margini, viene “bandito”. Questo è un dato di fatto, pensare di riformare, di moderare, di mediare con questo modello credo sia una partita persa in partenza. Oggi con la pandemia chi vive da tempo ai margini, alla frontiera dell’impero del profitto, viene letteralmente spinto nella fossa comune della povertà. Da questo cerchio grande se passiamo a uno più piccolo, quello che riguarda direttamente, sia noi che migliaia di operatori nei campi più disparati dell’arte e nello specifico della musica, dai musicisti a tecnici, macchinisti, camionisti, fonici, gestori di club Ebbene tutto questo mondo di “invisibili” è tale e talmente vulnerabile oggi più di ieri, semplicemente perché manca in Italia da sempre, una legge sulla musica. A differenza di molti altri paesi europei, non c’è nessuna legge nel nostro Paese che tenga conto delle effettive circostanze nelle quali tutti noi siamo costretti a lavorare. Anche se adesso questo governo facesse a tutti un’elemosina, cosa che ancora non è avvenuta, questo non cambia di una virgola la realtà estremamente precaria nella quale tutti noi ci troviamo a lavorare da sempre. Io spero che questo momento veramente drammatico per molti di noi possa servire per acquistare una maggiore coscienza sullo stato delle cose e provvedere come si dovrebbe una volta per tutte con una vera e propria “legge sulla musica”, aggiungo io, sul modello francese, ma qui si apre un altro sipario. Per tutto ciò che è accaduto vorrei sintetizzare con le parole della mia scrittrice preferita, Arundhati Roy: “Mentre noi consumiamo le nostre energie per cercare di domare gli incendi dell’odio, degli esseri umani scagliati l’uno contro l’altro, i nostri fiumi e le foreste muoiono, le nostre montagne si erodono, le calotte glaciali si sciolgono“.

Perché hai deciso di rispondere a queste domande?

Ma semplicemente perché sia io che te siamo comparse e attori della stessa “scena”, quella di una commedia dell’arte: la musica in Italia. Tutto si fa per il grande applauso!

(Articolo coperto da copyright. Per informazioni, contattare l’editore di questo blog.)

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