Nordovest Dischi, “il paradiso del rock and roll” compie 18 anni

In occasione del Record Store Day 2023, abbiamo intervistato Marco Archilletti che da 18 anni porta avanti a Frosinone il suo negozio di dischi indipendente.

Nell’anno in cui Nordovest Dischi si appresta a diventare maggiorenne e il Record Store Day giunge alla sedicesima edizione, abbiamo fatto due chiacchiere con Marco Archilletti, titolare del negozio indipendente di dischi a Frosinone e già storico collaboratore di Musicletter.it. Buona lettura. (La redazione)

Intervista a Marco Archilletti di Nordovest Dischi

Marco Archilletti di Nordovest Dischi
Marco Archilletti di Nordovest Dischi

Marco, 18 anni di Nordovest Dischi. Cosa ricordi dei primi giorni?

Si dice di solito che certe cose sono indimenticabili ma in verità dei primi giorni ricordo alcuni flash, quelli sì memorabili ma tante altre cose le ho completamente rimosse. Peraltro ho pochissime foto, quasi nessuna, del principio di questa storia. Sai com’è, mica c’erano gli smartphone! Ricordo bene gli ingressi di alcuni clienti, qualcuno è rimasto fedele, altri vivono lontano, altri non ci sono più. Ricordo perfettamente quando Carmine, uno dei più grandi sostenitori di Nordovest, scomparso qualche anno fa, si affacciò all’ingresso. Mi diede una fiducia istantanea, senza sapere neanche quali dischi ci fossero perché, insomma, era ancora fuori dal negozio. Irruppe così: “Era ora, finalmente un negozio di dischi con le palle!” In quei primi giorni si formò in me un approccio che non ho mai abbandonato, il sabato offrivo una bottiglia di prosecco ai clienti, molti di loro sono diventati miei amici, in fondo c’è un salottino, da sempre, nel quale parlarsi o leggere libri o riviste o semplicemente ascoltare la mia musica preferita, perché qua si ascolta solo quello che dico io, dal primo giorno, cosa che ha un valore impagabile per rendere felice la mia giornata. Un’altra cosa memorabile è l’arrivo dei pacchi con i dischi: che emozione, trovare là dentro tutti quei dischi che io avevo scelto e che avevo sempre paura che fossero difficili da trovare dai distributori! Poi ricordo i dischi che uscivano in quel periodo, andavano forte gli OfflagaDiscoPax, le Sleater-Kinney, i Low, i Flaming Lips; era questo il nostro punto di forza, la musica indie nel suo senso nobile. Del resto, fin dall’inizio, sulle pareti di Nordovest ci sono i poster e i quadri dedicati ai Pavement, ai Dream Syndicate, ai Sonic Youth, a Smog, ai Kyuss. Ci siamo capiti, no?

L’entusiasmo è lo stesso?

 L’entusiasmo non è lo stesso per ovvi motivi. Ho diciotto anni in più, si è persa tanta spensieratezza, ho perso tanti punti di riferimento. A me gli amici-clienti che sono andati via da Frosinone mancano molto, nel senso che mancano molto al mio negozio. Magari li vedo lo stesso, li sento ma Nordovest ha perso molto. Da questa città si parte, è un dato di fatto, perdiamo centinaia di residenti ogni anno. Sì, qualche faccia nuova ogni tanto c’è, qualche giovane studente, visto che qua c’è anche il Conservatorio ma Nordovest è sempre più spopolato. Diciamo che è più silenzioso, più consapevole della musica che è in vendita ma meno allegro, meno sexy. Oggi so molte più cose di diciotto anni fa, ho una conoscenza della musica che si può vendere in un negozio come il mio che è certamente di alto livello, non ho paura a dirlo né falsa modestia. Non c’è paragone con quando ho aperto, tutti i dischi che ho ascoltato e i libri che ho letto, e le persone con le quali mi sono confrontato, mi hanno permesso di andare oltre le mie barriere indie e di scoprire altri mondi, un altrove che non tradisce lo spirito iniziale di questa esperienza ma la migliora. Oggi Nordovest è anche blues delle radici, black music, jazz, techno e avanguardie varie, ambient, perfino fusion, una musica che avevo sempre disconosciuto. Nordovest è un negozio più maturo insomma, è come uno scrittore o un regista che magari ha perso un po’ di verve, di minacciosa innocenza, ma che ha uno sguardo sul mondo, uno sguardo diffidente ma più profondo. Ecco, in questi diciotto anni ho approfondito, così posso dire. 

Dal tuo punto vista, com’è cambiato il mercato discografico e il tuo rapporto con la clientela?

Il mercato discografico era già un mercato di nicchia quando ho aperto, quindi non è che il mio modo di lavorare sia cambiato più di tanto. Ci sono però due aspetti nuovi secondo me macroscopici: uno è la clamorosa tendenza al rialzo della vendita – e purtroppo dei prezzi – del vinile, che da un lato ha salvato il negozio di dischi come entità in tutto il mondo, dall’altro lato ha invece rischiato di escludere la clientela più “proletaria” da una realtà come la mia. Se si vendessero solo vinili e solo ai prezzi che girano adesso, dovuti a effettive difficoltà nella produzione, leggasi materiali sempre più costosi e richiesta più alta dell’offerta, il negozio di dischi sarebbe popolato solo da persone ricche, che di solito non amano la musica e che spesso comprano dischi perché devono pur spendere i troppi soldi che hanno. A me questa cosa del negozio elitario non va proprio giù. Quindi cerco di investire ancora molto nel CD, che è ancora – anche se di pochissimo – il supporto che vendo di più. A me piace permettere al ragazzo che studia o a quello che fa la pizza o alla cameriera dell’enoteca di trovare la musica migliore a prezzi sostenibili, quindi quando ordino i dischi per il negozio do ancora la precedenza al CD, anche se sul singolo oggetto ci guadagno di meno – in totale, perché in percentuale il guadagno è identico. Quindi voglio che Nordovest sia sì un negozio di nicchia ma di nicchia culturale non di nicchia basata sul reddito. La precedenza va data ai dischi belli, non a quelli di moda. Poi, se i soldi avanzano, lo prendo anche un vinile dei Maneskin ma non è obbligatorio che ci sia. Sono finiti i tempi nei quali ero terrorizzato che finisse l’album nuovo di Vasco Rossi perché dovevo accontentare cento persone, delle quali poi novantanove sarebbero tornate soltanto al successivo album del modenese. Se nicchia deve essere, che lo sia come si deve. Qui arriva il secondo aspetto macroscopico: molti CD di etichette storiche non si trovano più, sono rari e, quando si trovano, un po’ costosi. Questo perché le case discografiche, dopo essersi fatte sfuggire sotto il naso il ritorno del vinile, ritorno che hanno gestito con grave superficialità e dal quale hanno incassato molto meno di quanto avrebbero potuto, adesso hanno dimenticato la base, cioè un catalogo in CD, più economico, che dovrebbe essere sempre disponibile come eredità per le generazioni future. Quindi mi piange il cuore quando – e succede spesso, come l’altro giorno per i Mokadelic – devo dire al cliente che il CD che stiamo ascoltando è mio e che non posso neanche ordinarlo perché è fuori catalogo. Siamo seri, come fa a essere fuori catalogo un CD ormai mitologico come la colonna sonora di Gomorra – La serie? Così per migliaia di altri splendidi album. Questa è una cosa grave che mi fa stare male però devo dire che i miei clienti capiscono. Capiscono sempre tutto. Continuo a essere molto grato della loro attenzione, non è per niente scontato che le persone, in un mondo così superficiale e alla deriva in ogni campo, e soprattutto in una città desolante come Frosinone, una delle meno attente e meno vivaci di tutto il Paese, un autentico vuoto geografico, non è per niente scontato, dicevo, che le persone capiscano il lavoro profondamente serio e sincero che c’è dietro Nordovest. Quindi sì, sono grato ai miei clienti. 

Al di là dei dischi, qual è la cosa più bella del tuo lavoro?

 La cosa più bella del mio lavoro è la possibilità concreta di conoscere persone che si avvicinano alla mia sensibilità. Il mio approccio è sempre stato molto sincero. Nel mio negozio si parla delle cose che mi piacciono, avvolti dalle canzoni che mi piacciono. In questo modo, direi naturalmente, si finisce per scambiare idee nel vero senso della parola. Io sono una persona migliore perché faccio un lavoro in cui si parla di idee, anche tra chi si vede per la prima volta. Io ascolto, intervengo, imparo; non c’è dubbio che tutto ciò sia più favorevole a una certa serenità rispetto a tanti altri lavori. Poi sono da solo e questa cosa è importantissima; ho il controllo totale dei miei investimenti sia economici che intellettuali. Certo ci sono lavori più divertenti e più appaganti, tipo il giocatore di football o il sommelier ma il mio corpo e la mia mente mi hanno destinato a vendere musica e va bene senza dubbio così.

La cosa che invece non sopporti?

Vorrei vendere i dischi a tutti, vorrei che costassero poco. Vorrei non avere debiti e purtroppo in questo mondo è impossibile non averli. Vorrei che lo Stato facesse qualcosa di concreto per chi lavora onestamente, invece le spese aumentano ogni anno, per tutti, non solo per me, vorrei che tutti avessero un lavoro e uno stipendio vero per poi comprare dischi da Nordovest. Nel frattempo, mentre tutto va in rovina, quattro cialtroni americani hanno più soldi di tutto il resto del mondo messo insieme, e li hanno senza alcun merito, solo perché si sono comprati tutto e tutti, come ai tempi de Il petroliere di Paul Thomas Anderson, i tempi narrati nella vicenda, intendo. Ecco, tutte queste cose mi fanno stare male, anche se apparentemente non c’entrano con la tua domanda ma c’entrano eccome. Per il resto del mio lavoro mi piace tutto, altrimenti non terrei botta nonostante i guadagni miseri.

Come vivi il Record Store Day e come ti stai organizzando per questa nuova edizione?

Il Record Store Day così com’è adesso è soltanto un fastidio. Nessuno dei titoli che escono apposta per questa data ha un minimo interesse artistico: sono scarti degli scarti travestiti da roba d’élite o sono ristampe di vecchi album comunque troppo costose. C’è alla base proprio un errore al quale accennavo prima. A cosa serve fare uscire edizioni limitatissime, coloratissime, costosissime di live, rarità, demo e scarti vari oppure ristampe colorate di dischi che già stanno in tutte le case – nella edizione normale – se poi interi cataloghi di band fondamentali sono fuori catalogo? Così non si educa alla buona musica ma soltanto a un collezionismo sterile e fuori fase. Il Record Store Day è come la Pasqua: non si guadagna nessun nuovo fedele, perché – esattamente come a Pasqua – quelli che vengono solo al Record Store Day torneranno esattamente dopo trecentosessantacinque giorni mentre gli altri, quelli che a messa ci vanno tutte le settimane, continueranno a passare tutte le settimane. Inoltre, i titoli dedicati, in buona percentuale, nei negozi non ci arrivano proprio. Si può dire che capita anche con le uscite “normali” che un disco finisca fuori catalogo anche in pochi mesi ma in questo caso un buon venti per cento – a stare molto stretti – nei negozi non ci arriva proprio, anche se sono stati ordinati il primo giorno utile. Certo, poi ci sono i negozi importanti, quindi non il mio, che avranno domani all’apertura duecento metri di fila all’ingresso, e il concerto del gruppo indie del momento, e che regaleranno gadget e apriranno il loro bar mettendo le birre a metà prezzo. Insomma, io ci bivaccherei volentieri domani da Rough Trade ma questo – intendo organizzare una festa – si può fare in qualsiasi giorno dell’anno e io molto spesso l’ho fatto, specialmente prima della pandemia che mi ha un po’ bloccato, devo ammettere, sul lato organizzativo. Quindi per questa edizione non ho preparato niente di eccentrico ma il negozio è pieno di dischi bellissimi, quelli che dovete comprare per migliorare la vostra esistenza. Se poi volete comprare a 40 euro una edizione del Record Store Day per rivenderla a 100 euro tra un anno su Discogs, troverete anche quella, eh! Sono appena arrivate. Ovviamente non tutte quelle che avevo chiesto.

Mi dici un disco che tutti dovrebbero comprare da te e perché?

“You Turn Me On” dei Beat Happening, un album che rispecchia fedelmente l’idea di musica underground, libera e intelligente che voglio ascoltare e che voglio vendere. Un disco per appassionati che non deve mai mancare nei negozi di dischi e che troppo spesso finisce fuori stampa. Un magnifico esempio di american indie che potete anzi dovete acquistare da Nordovest.

Marco Archilletti
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