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Recensione: John Murry – A Short History of Decay (2017)


Attenzione! Perché vi diranno che è prodotto da Michael Timmins dei Cowboy Junkies, che le sparute parti percussive sono affidate al di lui fratello Peter e che la voce femminile è affidata a Cait O’Riordan dei fu Pogues. Vi diranno della sua parentela con William Faulkner (primo cugino della madre) e probabilmente vi racconteranno pure di quella volta in cui Chuck Prophet si dichiarò sorpreso che John Murry avesse fatto un disco “nonostante se stesso”. Perché, come tutti, John Murry ha in se stesso il suo nemico più acerrimo. Ma il suo nemico è forse più crudele di quello di tanti altri.

Vi diranno tutte queste cose e ve le diranno non solo perché sono vere ma perché “fanno curriculum”, quando si tratta di parlare di un personaggio schivo e pericoloso (a sé stesso più che agli altri) come John Murry. Che, sorprendendo non solo Prophet, arriva a dare un seguito a quel The Graceless Age di cinque anni fa. Come quel disco, il nuovo A Short History of Decay ha si l’aria di una rinascita corporale (Murry è stato strappato per un soffio da morte per overdose) ma cova una persistente angoscia spirituale che la rende insofferente al sorriso interiore che dovrebbe tenerci al riparo dalle intemperie.

John Murry è uno che ha sabotato la sua esistenza in nome di un’incoscienza malgestita e le cui canzoni trasudano di un vuoto d’amore incapace di essere colmato. Un po’ come quelle di Mark Eitzel e di Greg Dulli, del quale qui riprende in chiusura la bella What Jail Is Like. John Murry ha messo su la cover band della sua stessa solitudine. Si è scuoiato la pelle e l’ha messa a seccare al sole, per avere una striscia di cuoio a portata di mano, mentre guarda la bellezza del marmo sapendo di essere un uomo sbagliato, come me davanti alla bellezza dischiusa del pastore Davide che uccide i suoi mostri diventati giganti. (Franco Dimauro)

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