Iran, rapper condannati a morte per le loro canzoni di protesta

Il rap è sempre stato un linguaggio immediato, diretto e trasversale per dare voce al sentimento popolare (quello della strada, degli ultimi, degli oppressi, dei ribelli), ma non per questo si dovrebbe correre il rischio di morire. Mai.

Saman Seyedi, alias Saman Yasin, è un rapper e cantante curdo iraniano di 27 anni, arrestato durante le proteste a Kermanshah, in Iran, il 31 ottobre 2022 e condannato a morte.

La colpa di Yasin è quella di opporsi al regime iraniano e lottare per i diritti umani e per la libertà del suo popolo attraverso le sue canzoni di protesta che, inevitabilmente, stanno facendo appassionare tantissimi giovani iraniani, come per esempio il singolo Haji.

Il capo d’imputazione per il quale il musicista rischia la massima pena capitale dal giudice del tribunale dell’Iran è quello di “Guerra contro Dio“. E come lui tantissimi altri ragazzi e ragazze che dal 13 settembre 2022, dalla morte di Mahsa Amini per mano della polizia morale, sono scesi pacificamente in piazza contro il regime autoritario e illiberale iraniano.

Oltre Yasin ci sono anche i rapper Toomaj Salehi e Behrad Ali Konari che rischiano la vita per aver messo in rima, attraverso l’hip hop, il proprio dissenso. Altri, invece, come Hichkas e Justina sono stati costretti all’esilio.

D’altronde il rap è sempre stato un linguaggio immediato, diretto e trasversale per dare voce al sentimento popolare (quello della strada, degli ultimi, degli oppressi, dei ribelli), ma non per questo si dovrebbe correre il rischio di morire. Mai.

Ricordiamo infine che l’8 dicembre 2022, dopo un processo farsa, il ventitreenne Mohsen Shekari è stato impiccato perché – così scrive il sito di Amnesty International – accusato di diversi reati tra cui “inimicizia contro Dio”. (La redazione)

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